Il calcio sa essere un giudice spietato, capace di condensare la distanza tra la gloria e il baratro nello spazio di centoventi secondi. Il posticipo della nona giornata del Girone B di Serie C lascia al Pescara una dote amarissima: un 1-1 contro il Guidonia Montecelio che ha tutto il sapore di una sconfitta psicologica. La squadra di Antonio Buscè commette il peccato più grave per una compagine con ambizioni di vertice: l’incapacità di chiudere una partita già incanalata sui binari giusti, finendo per farsi travolgere dal cinismo degli ospiti proprio sul traguardo di una sfida che ha evidenziato limiti strutturali su cui riflettere.

La svolta della gara arriva nella seconda frazione di gioco, dopo un primo tempo equilibrato e non privo di brividi, caratterizzato da un gol annullato ai laziali e da un rigore chiesto a gran voce dai padroni di casa.

Il Pescara sblocca l'impasse al 77': è Giacomo Parigi a far esplodere lo stadio Adriatico, capitalizzando con un perentorio colpo di testa un cross perfetto del neo-entrato Motta.

Sembra la rete della liberazione, l'episodio in grado di mascherare i difetti di una serata complicata. Al minuto 87', il destino offre al Pescara il pallone del definitivo knockout, ma Davide Merola, ritrovatosi a tu per tu con il portiere ospite Drago, sciupa clamorosamente una palla monumentale per troppa sufficienza o mancanza di cattiveria agonistica.

La dura legge del gol non si fa attendere e appena due minuti dopo, all’89’, il Guidonia confeziona la beffa: l'innesto di Sannipoli spacca la retroguardia abruzzese e serve a Diego Borghini il pallone dell’1-1, convalidato dopo il brivido del controllo VAR, che gela l’intero impianto pescarese.

L'analisi dei reparti evidenzia le criticità di questa frenata.

La difesa (voto 5.5), solida per tre quarti di gara e guidata dall'esperienza di un Fiorillo decisivo nella prima frazione con due interventi salva-risultato, mostra preoccupanti crepe nel finale; il posizionamento in occasione della rete di Borghini denuncia una letale mancanza di concentrazione proprio nei momenti in cui è vietato abbassare la guardia.

Il vero tallone d'Achille della serata è però il centrocampo (voto 5): la manovra orchestrata dagli uomini di Buscè appare compassata, priva di verticalizzazioni e incapace di dettare i ritmi del gioco, traducendosi in un possesso palla spesso sterile ed esteticamente fine a se stesso che facilita la ragnatela tattica disposta da mister Ginestra.

Anche l'attacco (voto 5.5) punge poco al di là della nota lieta rappresentata dalla continuità realizzativa di Parigi, cecchino d'area di rigore al suo terzo centro casalingo. Pesano come macigni i due infortuni precoci che nel primo tempo costringono all'uscita Sardo e Ferraris, ma l'errore sotto porta di Merola a tre minuti dalla fine resta la fotografia indelebile del match.

Al triplice fischio del direttore di gara, lo stadio Adriatico-Cornacchia non fa sconti e saluta il Delfino con una pioggia di meritatissimi fischi. La tifoseria non contesta solo il risultato, ma l'atteggiamento di una squadra che dà l'impressione di sapersi specchiare nelle proprie qualità senza possedere la necessaria cattiveria per azzannare il campionato.

Nel dopo-gara, il tecnico Antonio Buscè ha provato a gettare acqua sul fuoco dei malumori, invocando equilibrio nei giudizi e difendendo la prestazione complessiva dei suoi ragazzi.

La realtà dei fatti, tuttavia, parla di un'occasione sprecata in ottica classifica: questi due punti lasciati per strada rischiano di pesare enormemente sul cammino del Girone B, frenando l'ascesa del Pescara e lasciando un retrogusto di profonda incompiutezza per una squadra che ha le qualità per stare in alto, ma che deve imparare in fretta a diventare cinica, brutta e vincente.

Per fortuna avremo in casa l’Ostiamare nel prossimo turno e i tre punti dovrebbero arrivare.

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