IL SANGUE DELLA TERRA E L’ILLUSIONE DEL PEZZO DI CARTA

Dall'impero di Vincenzo Monti (abiti belli abiti pronti) alla fine di TVQ: cronaca di un Abruzzo che sapeva creare il domani.

Ci sono anni che rimangono impressi nella memoria come spartiacque storici, non solo per la vita di un uomo, ma per il destino di un’intera comunità. Il mio spartiacque personale ha una data precisa: il 1958. Fu l’anno in cui stringevo tra le mani il diploma di ragioneria conseguito all'Istituto Tecnico Commerciale "Tito Acerbo" di Pescara. Intorno a me, il mondo cambiava pelle a una velocità impressionante. Quasi la totalità della mia classe venne assorbita, in pochi colpi di penna, da una cattedrale del lavoro che in quegli anni dettava il ritmo del progresso abruzzese: la ditta Monti.

Mentre i miei compagni di banco varcavano la soglia della sicurezza aziendale, io scelsi una strada diversa, spinto dal fuoco del giornalismo. Volevo raccontare la realtà, non catalogarla. Una professione, quella del cronista, a cui ho dedicato la vita e che pratico tutt’oggi, nonostante i decenni trascorsi. Eppure, il destino ha fili invisibili e tenaci: anni dopo, la mia strada si incrociò nuovamente con quella dinastia.

Il palcoscenico di questo incontro fu TVQ. Nata sulla scia della storica liberalizzazione delle frequenze radiotelevisive degli anni '70, l'emittente nacque dall'idea iniziale di pionieri come Minucci, Tatonetti, Bugada e Fusilli. Ma fu sotto la straordinaria spinta organizzativa di Elia Jezzi — noto doppiatore e uomo di cultura — e di Gianni Del Piano che quell'intuizione si trasformò in una realtà concreta, strutturata e altamente professionale. TVQ non era solo una stazione locale; fu la prima, vera televisione regionale.

Quella redazione divenne una vera e propria palestra d’eccellenza, un vivaio formidabile che ha svezzato e lanciato personaggi destinati a segnare il mondo dell'informazione e dello spettacolo a livello nazionale. Ne ricordo solo alcuni, scusandomi per le inevitabili omissioni, poiché l'elenco sarebbe altrimenti lunghissimo: Ermanno Ricci, i Rocchi (padre e figlio), Daniele Barone (oggi stimato telecronista di Sky), Luciano Verrocchio, Emiliano Giancristofaro, i grandi doppiatori Pedicini e Iansante, Gianna Salemmi, Luciano Verrocchio, la comicità travolgente di 'Nduccio, e ancora Olivieri, Valli, fino a Nicola Mincone e Raffaele Giansante, che di quell'avventura fu l'ultimo direttore in ordine di tempo.

Per alcuni anni ho collaborato attivamente all'interno del settore sportivo di questa straordinaria fucina di talenti. Era un lavoro entusiasmante, ma le mie aperture professionali, il mio modo di intendere il giornalismo, libero da lacci, iniziarono presto a scontrarsi con le limitazioni organizzative imposte dal giovane Monti. La sua visione, troppo stretta e rigida per contenere un simile fermento, mi spinse a andarmene.

Quasi per un amaro scherzo del destino, pochi mesi dopo il mio addio, la redazione giornalistica venne smantellata e chiusa. L'erede del fondatore non ebbe il coraggio di continuare a fare informazione. Avendo ereditato le concessioni di alcune frequenze strategiche, scelse la via più comoda: si trasformò in un semplice "affittacamere" dell'etere, cedendo gli spazi a chi, al contrario di lui, aveva ancora l'ardire e la capacità di rischiare. TVQ morì così, spegnendosi nel silenzio delle frequenze affittate, restando oggi solo nel ricordo nostalgico degli appassionati.

Tutto questo non fa che dimostrare una verità storica lampante: un uomo coraggioso, privo di un'istruzione classica ma guidato da un istinto formidabile come Vincenzo Monti senior, ha saputo creare un impero dal nulla. Con lo slogan «Monti abiti belli, abiti pronti», il vecchio Vincenzo aveva inventato il mercato dell'abito preconfezionato, dando dignità e lavoro a centinaia di giovani. Un impero economico e culturale che è stato poi completamente distrutto da Vincenzo Monti junior, nonostante la blasonata laurea conseguita alla Bocconi di Milano.

È il manifesto del nostro tempo: laddove i padri edificavano con l'audacia e il sacrificio, i figli - forti di titoli accademici ma privi di visione patrimoniale - preferiscono la rendita passiva o la prudenza del posto fisso, lasciando che le grandi opere di ieri finiscano nel nulla.

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