PIZZICHI E MOZZICHI (NUMERO 6)
DAI GIGANTI DELL'ABRUZZO
AI LILLIPUZIANI DEL LIKE
NOTA DELL'AUTORE: L’Analfabetismo Funzionale del Tifoso di Provincia
Apriamo questo capitolo con un doveroso ringraziamento al lettore Giuliano Giacinto di Pietrantonio, il quale – con la tipica foga del custode dell'ortodossia dalfonsiana – ci fa sapere che le lauree di Luciano D’Alfonso sono ben cinque, più un dottorato. Prendiamo atto del ragguardevole palmarès accademico, scusandoci con le cattedre di mezza Italia per il nostro difetto di computo, anche se restiamo convinti che in politica la quantità di pergamene appese al muro non sempre coincida con la qualità del metro cubo di potere effettivamente esercitato.
Tuttavia, il dottissimo lettore scivola su una buccia di banana ancora più grottesca quando ci accusa, in un mirabolante esercizio di dietrologia, di voler "chiedere velatamente" al parlamentare di Lettomanoppello di tornare a prendere le redini di Pescara o della Nuova Pescara. Caro Di Pietrantonio, un vecchio saggio della Prima Repubblica avrebbe ricordato che sarebbe buona norma giudicare i giornalisti per ciò che scrivono, e non per ciò che i lettori scelgono di capire sulla base dei propri desideri o dei propri traumi politici. Noi non abbiamo chiesto alcun ritorno; abbiamo semplicemente fotografato il paradosso di un Re della Gallia abruzzese ridotto a fare il passacarte nei corridoi dell'Urbe. Confondere la satira di un declino con un invito al bis è un cortocircuito logico che persino le cinque lauree del Nostro farebbero fatica a giustificare.
IL SAGGIO: La Politica dei Giganti e il Teatrino dei Lillipuziani
Il vero dramma che emerge da questo bizzarro scambio di vedute non è il destino di un singolo leader, ma la desolante voragine che separa la classe dirigente contemporanea dai padri fondatori della patria. C'è stata un'epoca in cui la politica, sia a livello nazionale che all'ombra del Gran Sasso, era un'arte nobile e tragica, esercitata da uomini che avevano lo spessore del marmo e la lungimiranza dell'aquila.
A Roma si scontravano le visioni titaniche dei De Gasperi, dei Togliatti, degli Almirante: uomini divisi da ideologie feroci ma uniti da una statura morale e culturale che faceva tremare le aule parlamentari. E l'Abruzzo non era da meno.
Questa terra aspra e fiera ha espresso figure del calibro di Remo Gaspari, il "Zio Remo" nazionale che muoveva i fili dello Stato senza mai dimenticare il dialetto della sua Gissi; Lorenzo Natali, architetto dell'Europa moderna; Ignazio Silone, che prestò la sua penna tormentata alla giustizia sociale; Nino Sospiri, capace di coniugare la militanza più dura a una rara onestà intellettuale; e poi Ciafardini, Spataro, giganti in ordine alfabetico e di fatto. Erano leader che non avevano bisogno di contare le lauree sui social, perché la loro legittimità era scritta nei fatti, nella ricostruzione del Paese, nella capacità di interpretare i bisogni di un popolo.
Oggi, invece, il parterre della politica adriatica e nazionale somiglia a un casting per un talk-show di terza serata. Ci dobbiamo accontentare di una nidiata di giovani politici che, pur esibendo diplomi e master come fossero medaglie al valore, dimostrano una spaventosa penuria di visione e una totale ignoranza dei veri valori della Polis. I nostri amministratori attuali corrono dietro al "like" su Instagram, confondono una pista ciclabile con una riforma strutturale e credono che la strategia politica coincida con il posizionamento dei propri fedelissimi nei consigli d'amministrazione delle municipalizzate.
Se questi ragazzi della Nuova Politica avessero l'umiltà di staccare gli occhi dallo smartphone per aprire un libro di storia, scoprirebbero che i nodi del potere erano già stati sciolti duemila e cinquecento anni fa. Dovrebbero meditare sulle parole di Socrate, il quale ricordava che il vero politico non è colui che lusinga il popolo offrendogli pane e giochi (o notti dei serpenti e sagre del pesce), ma colui che guarisce l'anima della città, anche a costo di risultare sgradito. Dovrebbero rileggere Platone, che nella sua Repubblica ammoniva come il peggior castigo per gli uomini dotti che si rifiutano di fare buona politica sia quello di essere governati da uomini a loro inferiori – un paradosso che oggi i pescaresi sperimentano quotidianamente passeggiando tra i cantieri del centro. E infine dovrebbero guardare ad Aristotele, per cui la politica era la scienza del bene comune, non il trampolino di lancio per agguantare un vitalizio o una poltrona a Roma.
La verità è che la classe dirigente odierna soffre di una drammatica assenza di gravità. Ha sostituito il pensiero lungo con lo slogan breve, la cultura dello Stato con il manuale della sopravvivenza elettorale. E mentre i devoti si accapigliano per stabilire se le lauree del loro beniamino siano tre, cinque o dieci, la città affonda nella palude di una mediocrità dorata, dove tutti sono dottori, ma nessuno sa più dove stia di casa la Politica con la P maiuscola.