Sette del mattino. Il mare giace come una tavola d’avorio e d’azzurro, una calma piatta e assoluta che si fa specchio dell’anima, un velo di seta liquida teso a ricucire il cielo all’orizzonte, cancellando ogni umano confine tra la terra e l’infinito. Una brezza leggera, che reca in grembo il profumo ancestrale del sale, l'aroma selvatico degli scogli bagnati e il respiro segreto delle alghe, accarezza la pelle come un sussurro antico, mentre io resto qui, immobile custode della riva, a sognare a occhi aperti dinanzi a questa divina bellezza che si svela nel silenzio sacro di un mondo che ancora dorme. È in questo preciso istante, sospeso nel tempo, che si compie la preziosa e arcana azione rigeneratrice delle acque e dei suoi elementi primigeni: ogni onda invisibile corrompe e cancella i pensieri pesanti della notte, ogni sfumatura di colore, che trasmuta dal verde smeraldo verginale al turchese più brillante, fino a perdersi nel blu profondo e misterioso delle fessure marine, guarisce lo sguardo stanco e restituisce una nativa purezza all'anima. Questa immensità cromatica vibra come una medicina celeste per lo spirito, mentre l'accordo pungente dello iodio si sposa alla dolcezza dorata della luce nascente; un profumo denso, sorgivo, che reca in sé il sapore degli inizi e di una giovinezza eterna, capace di ridestare il cuore, mondare le scorie del quotidiano e rimettere in sesto il cammino della vita con la forza di un nuovo battito. Guardo questa tavolozza vivente e il pensiero vola, tinto da una sfumatura di lirica e amichevole invidia, a Domenico Di Matteo, che con la sua arte trasparente e la grazia liquida del suo acquarello saprebbe catturare la luce fluida, l'essenza stessa dell'acqua che si fa soffio e trasparenza. Accanto a lui, il mio ricordo affettuoso si volge a Vittorio Di Boscio, pittore straordinario che con l'energia vibrante e la carne del suo pennello saprebbe ridisegnare la trama di questa bellezza, imprimendo sulla tela la densità cromatica e l'anima pulsante di questo risveglio marino. Loro possiedono il dono divino di fermare l'eterno con il colore, mentre a me è concesso solo il privilegio di farmi cullare dall'incanto. Ma la mente non si placa, viaggia oltre le rotte del visibile e corre a Fernando Tana, uomo di raffinata e immensa cultura, custode sapiente di storie e di pagine immortali. Chissà quanti poeti del passato gli fiorirebbero nel cuore dinanzi a questo spettacolo, evocando la bravura impareggiabile di chi ha saputo tradurre l'oceano in inchiostro eterno. Mi par quasi di udire l'eco remota dei versi di Omero, che cantava il mare color del vino, o i canti tenebrosi di Herman Melville, protesi a esplorare l'immensità magnetica e i segreti abissi dell'umano e del divino. Il pensiero si smarrisce poi nella sinfonia ligure di Eugenio Montale, che al mare parlava come a una divinità fraterna e severa, specchio di una chiarità da cui riassorbire la vita, e si posa infine sulla prosa limpida, asciutta ed epica di Ernest Hemingway, che ne ha scolpito la solitudine, la dignità solenne e la forza primordiale. Accanto a loro, la memoria letteraria si arricchisce dei canti maledetti e sublimi di Charles Baudelaire, che vedeva nello specchio marino l'infinito e tormentato riflesso dell'anima umana, e della penna romantica di Lord Byron, che ne esaltava la libertà selvaggia, indomabile e ribelle. Il pensiero sfiora poi la sensibilità liquida di Virginia Woolf, capace di tradurre il ritmo eterno delle onde nel battito stesso della coscienza, e la poesia calda e mediterranea di Nazim Hikmet, che cantava con nostalgia e speranza il viaggio verso i mari più belli, quelli non ancora navigati. Tutti loro, eletti maestri del colore e giganti della parola, oggi si stringono d'assedio intorno al mio silenzio, fondendosi in un solo, immenso respiro, in un unico quadro perfetto dove la forza curativa dei profumi, la freschezza della brezza e l'infinito dei ricordi divengono una carne sola, un solo canto d'amore per l'esistenza.