PIZZICHI E MOZZICHI: GIANNI MELILLA

Generoso "Gianni" Melilla, pescarese classe 1954, è una di quelle figure pubbliche che sembrano nate per dimostrare come la traiettoria politica possa trasformarsi in un curioso esperimento intellettuale: quello di sopravvivere a decenni di palazzi istituzionali conservando intatta la postura del filosofo d'altri tempi.

Laureato in Filosofia con lode alla "D'Annunzio", Melilla non ha mai nascosto il suo peccato originale e, mentre la maggior parte dei politici contemporanei faticava a superare l'esame della sintassi riducendo il dibattito a slogan da social network, lui cresceva a pane e dialettica, convinto che per guidare la CGIL o per presiedere un Consiglio Comunale servisse una solida struttura ontologica.

Se Karl Marx avesse potuto prevedere le evoluzioni della sinistra adriatica, avrebbe probabilmente riscritto Il Capitale ambientandolo tra gli stabilimenti di Piazza Salotto e le storiche stanze di via Lungaterno Sud, poiché la storia della sinistra pescarese altro non è che la grandiosa e ironica dimostrazione che la dialettica della storia, quando incontra la brezza del Medio Adriatico, si trasforma in una complessa trattativa di coalizione; qui la vera "lotta di classe" si è consumata non sui cancelli delle grandi fabbriche, ma sulla larghezza delle concessioni demaniali e sui permessi per i venerdì sera musicali sulla riviera, costringendo il Partito a compiere miracoli filosofici per conciliare il socialismo con il Beach Club. In questo teatro politico, l'aula consiliare di Pescara è diventata progressivamente una succursale di un'assemblea di condominio dedita al pragmatismo più spinto, e la figura di Melilla si è stagliata a lungo come quella dell'ultimo, inflessibile Guardiano della Rivoluzione.

Immaginarlo muoversi tra gli scranni comunali significa visualizzare un commissario del popolo armato di imperativo categorico kantiano, impegnato a spiegare la Fenomenologia dello Spirito di Hegel a un'assemblea di geometri del consenso e re del tesseramento intenti a discutere di asfalto, fioriere o turni della differenziata. Per lui, ogni mozione d'ordine non era un semplice espediente burocratico per guadagnare tempo, ma un sacro rituale liturgico da scagliare contro l'analfabetismo ideologico della modernità liquida, affrontato con un tasso di presenza del 99% alla Camera e una precisione cartesiana quasi maniacale che persino i suoi storici avversari di centrodestra hanno sempre dovuto rispettare.

Questa epopea non poteva che trovare la sua naturale e ideale prosecuzione nell'impegno alla guida della Fondazione Brigata Maiella, una transizione che non è stata una ritirata strategica o il classico "buen retiro" da ex parlamentare, bensì l'evoluzione coerente del pensatore che trasferisce il suo avamposto ideologico dalle sabbie mobili del pragmatismo comunale alle vette nobili della memoria partigiana. Laddove un tempo si analizzavano i commi dei bilanci comunali per scovarvi le tracce dell'alienazione capitalistica, oggi Melilla applica la medesima e rigorosa disciplina monastica per sezionare i documenti d'archivio e difendere la purezza dell'antifascismo dall'oblio, trasformando la Fondazione nel luogo in cui la passione del filosofo incontra il dovere morale della testimonianza e dimostrando che si può fare politica di altissimo livello anche senza una poltrona o una tessera elettorale in tasca, costringendo un presente distratto a ricordare che, prima della gestione del potere, dovrebbe esistere la dignità del pensiero.

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