Inutile nascondersi dietro un dito, tutti i numeri dicono che il calcio in Italia è morto.

Morto il calcio viva il calcio, come dire che la passione per questo tipo di gioco (meglio dire attività) è cambiata ma sopravvive. Avevamo conosciuto un tipo di calcio che è morto, ma ne stiamo conoscendo un altro e, quindi, viva il calcio.

Fin quando ci saranno i tifosi il calcio troverà nuovi sbocchi e nuova linfa per andare avanti.

Il tifo è un fenomeno sociale e l’essere tifoso è un qualcosa di fondamentale per la definizione del sé dei soggetti. Il tifo soddisfa la necessità di appartenere ad un gruppo e di riconoscersi in tale gruppo.

Un gruppo che possiede una ritualità di comportamenti e una serie di simboli, come le bandiere o gli striscioni, nel quale le persone si riconoscono e a cui fanno riferimento.

Colui che è tifoso si riconosce nella squadra, nei valori della squadra per cui tifa e si sente rappresentato, si sente sé stesso.   

L’essere tifoso, dunque, è una vera e propria scelta identitaria e possiamo credere che il tifo e i tifosi non svaniranno mai, nel calcio e nello sport, perché è un vero e proprio fenomeno sociale ed è molto forte nell’uomo.

Anche se il nostro calcio, parlo di quello della mia giovinezza è morto, c’è un altro calcio che vivrà perché non è assolutamente solo un qualcosa riconducibile ad un semplice interesse, ad una semplice passione che potrebbe svanire con il tempo. È un qualcosa di molto più potente e che abbraccia dentro di sé tantissimi ambiti.

Con l’avvento di Sebastiani, il Ferguson collinare, il calcio pescarese sembra morto con la caduta in picchiata in Serie C e con la realtà di doverci restare ancora un anno, sempre che non si riesca a ritrovare motivazioni serie, e a portare forze nuove nel sodalizio.

Ad analizzare la situazione attuale abbiamo un presidente contestatissimo e odiato da gran parte della tifoseria, ritardi nella programmazione: siamo ancora a sfogliare la margherita, Tesser sì Tesser no; a decidere che ruolo dovrà avere in società Luciano Campitelli presentato nei giorni scorsi come nuovo vice presidente ed oggi pare che le cose siano cambiate.

Comunque, al netto di nuovi ingressi immediati in società, servirà avere risorse di un certo tipo anche per costruire poi la squadra, dato che un tecnico come Attilio Tesser difficilmente sposerebbe un progetto fondato esclusivamente su giovani.

Ma da dove potrebbero arrivare soldi freschi? Non solo dall'incremento di sostanziose sponsorizzazioni da parte di imprenditori locali (da Maio a Edmondo, oltre al nuovo vice presidente (?) Campitelli) e dagli addii dei giocatori che non si possono mantenere ancora in C (da Merola a Plizzari) ma anche dalle percentuali di futura rivendita che il Delfino ha mantenuto dopo le cessioni degli scorsi anni.

Il calcio è morto quando non ci sono stati più i dirigenti appassionati e mecenati che attingevano dal loro patrimonio personale, per sostenere le squadre che rappresentavano le città in cui loro avevano attinto le forze per diventare industriali importanti. Un modo concreto di ridare alla città parte di quanto avevano ricevuto.

Dopo i mecenati, sono arrivati i dirigenti imprenditori, che si fanno stipendiare dalla società che dirigono, e che hanno scoperto come il calcio potesse diventare un mezzo per arricchirsi e sono proliferati i professionisti della gestione calcistica.

Sono cresciute, quindi, le manipolazioni finanziarie, gli artifici dei bilanci redatti ad arte; le plusvalenze fittizie; il gioco dei tanti movimenti di mercato, soprattutto con giovani atleti; e le operazioni fasulle con cifre che passavano da un gruppo all’altro con vorticosi movimenti che generano guadagni sospetti; la crescita del potere di procuratori che, insieme alle furbizie di alcuni presidenti, ha portato alla nascita di una struttura parallela che può decidere dell’andamento dei campionati secondo  gli interessi dei vari presidenti imprenditori.

Faccio un piccolo flashback: luglio era il mese in cui i tifosi sognavano con il calciomercato. E lo scudetto d’estate che i giornali assegnavano alla società più attive era argomento su cui appassionarsi sotto l’ombrellone. L’Italia era l’eldorado dei giocatori più forti. Nel suo piccolo anche Pescara ebbe giocatori stranieri importanti da Junior a Dida a Sliskovic...  

Oggi è tutto finito e siamo diventati un vivaio per i campionati più forti.  

Prendiamo caterve di giocatori in prestito da valorizzare per gli altri che danno al presidente il contentino di una mancata di euro.

Si punta sulle attività collaterali con i negozi di articoli dedicati al tifo, e si aprono scuole di calcio che servono solo a soddisfare le vanità di genitori che credono di aver partorito il campione che li farà diventare noti e ricchi.

Si punta sull’appoggio dei politici per costruire stadi con annesse attività commerciali.

Il calcio di una volta è morto, viva il calcio di oggi.

Ma i nostri vari Ferguson devono capire che non servono solo i soldi pubblici  e che bisogna cambiare  la governance del calcio. Urge togliere il giocattolino dalle mani di chi si è impossessato del sogno più amato dagli italiani.

L’alternativa?

La sparizione del calcio che conta.

Per ridare sostanza al calcio bisognerà migliorare il sistema. Puntare su dirigenti che amano il calcio e non gli affari personali; puntare sui vivai veri e non sulle scuole calcio che possono essere una possibilità, non la prima scelta. Bisognerà ridare voce ai tifosi e non considerarli solo dei clienti da sfruttare, visto che i numeri parlano di una caduta delle percentuali di presenze sugli spalti.

Per non parlare, poi, della violenza negli stadi che allontana un gran numero di persone che preferiscono stare al sicuro in casa dinanzi alle TV.

Violenza che si esprime non solo dentro gli stadi ma soprattutto fuori dello stadio e durante i viaggi per seguire la squadra in trasferta.

Le squadre importanti di serie A propongono un campionato europeo al quale partecipino le prime sei squadre dei migliori campionati e la prima degli altri in gare secche, ma per salvare il calcio in serie B e C è necessario che siano i vari presidenti a farsi carico di una nuova mentalità che sia più indirizzata alla crescita dei valori tecnici di una squadra e non solo ai tesoretti personali.

 


  

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