LA LINEA DELL’ORIZZONTE IL SEGNO SULL’ACQUA
AVVENTURA MARINARA VISSUTA ATTRAVERSANDO L'ADRIATICO

Esiste un punto esatto in cui il mestiere del pittore e quello del marinaio si fondono, diventando la medesima disciplina dello spirito. Quel punto è la linea dell’orizzonte. Per entrambi, quella linea non è un confine reale, ma una provocazione geometrica: una fessura tesa tra il visibile e l’ignoto, una sfida a dare ordine a ciò che per sua natura tende a sfuggire a qualsiasi controllo.

Chi passa la vita davanti a un cavalletto cerca di intrappolare l’infinito nello spazio sacro e limitato di una tela; chi stringe tra le mani la ruota del timone di una barca da dodici metri tenta di fare l’esatto contrario, proiettando la fragile architettura umana dentro l’immensità mutevole degli elementi.

Vittorio Di Boscio abita da sempre questo doppio spazio. Per lui, la pittura non è mai stata una fuga dal mondo, né la navigazione una semplice parentesi ricreativa. Al contrario, l’una si specchia nell’altra, rivelando la stessa ossessione per la struttura nascosta dietro il disordine delle cose.

La tela bianca e il mare aperto condividono la stessa, spaventosa purezza iniziale: entrambi accolgono il primo segno – che sia una pennellata di cobalto o la scia di una chiglia che si stacca dal porto di Pescara – con un silenzio solenne, gravido di possibilità e di pericoli. Il colore, proprio come l'Adriatico, ha una sua densità materica, una sua fluidità ingovernabile che rifiuta la rigidità. Se forzi la mano sulla tela, il disegno si spezza; se contrasti frontalmente la cresta di un’onda anomala, la barca si intraversa.

Navigare diventa così un atto estetico, e dipingere si trasforma in una rotta d’altura. Nelle pagine che seguono, la traversata verso le isole croate non è raccontata come una cronaca di eventi meteorologici o di manovre tecniche, ma come un'esplorazione filosofica. Davanti alla violenza improvvisa della Bora nera, la perizia dello skipper non risiede nella forza bruta, ma nella sensibilità millimetrica del tratto, nella capacità quasi mistica di "sentire" le linee di forza cinetica del mare e assecondarle, trasformando la minaccia di un naufragio in una planata controllata. È lo stesso intuito che permette all'artista di dosare l'ombra per far emergere la luce.  

Ecco il racconto di una traversata Pescara verso la Croazia con una barca da dodici metri.

Il porto di Pescara era ormai un ricordo sbiadito, una striscia di polvere luminosa inghiottita dall'oscurità dell'Adriatico centrale. A bordo del suo dodici metri, Vittorio Di Boscio non vedeva più la costa italiana, ma la densità della notte. Per un pittore abituato a sezionare la luce, il mare aperto nelle ore più buie non è mai un vuoto nero; è una sovrapposizione di toni di grigio, di blu di Prussia e di pece, una tela monumentale in perenne movimento che classifica ogni onda come un colpo di pennello materico. Navigare, per Vittorio, significava tradurre il disordine della natura in una forma geometrica instabile, trovando l’equilibrio dove gli altri vedevano solo il caos. Ma l’Adriatico, mare dal carattere lunatico e privo di grandi fondali capaci di distendere le correnti, non concede mai troppo tempo alla contemplazione.

La transizione fu brutale. Verso le due del mattino, la Bora nera calò dalle scogliere della Dalmazia come una pennellata di spatola violenta su un quadro quasi finito. Il vento passò da dieci a trentotto nodi nel giro di venti minuti, sollevando onde corte, ripide, ravvicinate: veri e propri muri d'acqua verticali che prendevano la barca al mascone di sinistra, scuotendola fino alle strutture più profonde. Nel pozzetto sferzato dagli spruzzi gelidi, l’atmosfera si fece improvvisamente asfittica. Per ridurre la superficie esposta alla furia del vento, Vittorio aveva prontamente serrato la randa alla seconda mano di terzaroli e ridotto il fiocco a una stretta striscia di tela bianca. Fu in quel momento che la voce stessa della barca cambiò: le vele ridotte, tese allo spasimo come membrane di tamburo, non emettevano più il rassicurante e morbido fruscio del vento leggero, ma un lamento metallico, un fischio acuto e vibrante che tagliava l'aria ogni volta che lo scafo scollinava sulla cresta di un’onda. Quel suono secco, simile al brivido di una corda di violino tirata oltre il limite di rottura, si univa allo schiocco violento della balumina che frustava lo spazio a ogni cambio di pressione. L'equipaggio, paralizzato dal brivido primordiale che afferra chiunque si scopra fragile davanti all’abisso, si era irrigidito all'ascolto di quella sinfonia spaventosa. Sotto i colpi del mare, gli ospiti stringevano le draglie con le nocche bianche, respirando a scatti, gli occhi sbarrati fissi sul termometro e sulla schiuma che copriva la tuga. Ognuno di loro si sentiva già vinto dal mostro liquido.

Fu alle tre, nel cuore più fitto della tempesta, che il destino della traversata si decise in una frazione di secondo. Un'onda anomala e incrociata, generata dal rimbalzo delle correnti sui fondali più bassi, tese una trappola mortale alla barca. Sollevò la poppa con una forza spaventosa, inclinandola in avanti e lateralmente oltre ogni limite di guardia. La barca stava per subire il broach, l’intraversamento totale: in quelle condizioni di vento, con quel suono sibilante delle vele che minacciava di trasformarsi nello schianto dell'albero in acqua, significava rischiare il disalberamento o il capovolgimento. Nel buio, il ruggito del mare sembrò azzerare ogni pensiero. Fu in quel preciso istante che l’equipaggio comprese la grandezza millimetrica dell'uomo al timone.

Mentre chiunque altro avrebbe ceduto al panico, tentando disperatamente di contrastare l’orizzonte che si ribaltava tirando il timone contro l'onda, Vittorio fece l’esatto contrario. Con una calma monumentale, che sembrava attinta dalla concentrazione mistica del suo studio d’arte, assecondò la spinta distruttiva. Non lottò contro la forza dell’Adriatico, la guidò. Con un gesto fluido, quasi regale, poggiò con decisione, mettendo la barca in fil di ruota proprio mentre scendeva lungo la parete verticale del cavallone. Contemporaneamente, diede un colpo di gas al motore per fornire allo scafo la velocità necessaria a mantenere il governo e non farsi sommergere dalla cresta che frangeva alle loro spalle. La barca, invece di ribaltarsi, si trasformò in una freccia che scivolò dentro la gola dell'onda, stabilizzandosi in una planata controllata. Il fischio straziante della tela ridotta si placò d’un colpo, trasformandosi nel rombo sordo dello scafo che tagliava la schiuma in totale sicurezza.

In quel millisecondo di grazia, il silenzio tornò nei cuori dell'equipaggio prima ancora che nel vento. Gli ospiti compresero, con una chiarezza assoluta e folgorante, che non erano stati salvati da una macchina o da una coincidenza fortunata, ma dalla pura perizia di un uomo che aveva letto il flusso dell'invisibile. Vittorio non aveva cercato la collisione con la tempesta; aveva usato l’energia stessa del mare per sottrarsi al pericolo, accettando di allontanarsi temporaneamente dalla rotta per Vis pur di custodire le loro vite. La sua mano sul timone era stata precisa e sensibile quanto il tratto di un pennello che definisce il contorno di un'ombra: un atto di puro intuito matematico e sensibilità marinaresca.

Quando le primi luci dell'alba tagliarono le nuvole basse, svelando i profili verdi e accoglienti delle scogliere croate, il mare aveva smesso di urlare. Ormai al sicuro nel ridosso della baia, Vittorio lasciò la ruota del timone, mostrando le mani segnate dal sale ma lo sguardo sereno di chi ha rimesso ogni cosa al proprio posto. La riflessione che accompagnò i marinai sulla banchina andava oltre la semplice cronaca di un salvataggio. Capirono che dominare il mare, per un artista-navigatore, non significa sottometterlo con la forza, ma accettarne l'immensità, scendendo nel caos delle proprie emozioni per organizzarlo attraverso la tecnica e il rispetto. La perizia tecnica aveva salvato i loro corpi dalla tempesta, ma l’approccio filosofico e l'intuito di Vittorio avevano fatto qualcosa di più profondo: avevano dimostrato che anche davanti alla distruzione del caos, l'intelligenza e l'armonia dell'uomo possono tracciare una linea di salvezza e trasformare la paura in un capolavoro di sopravvivenza.

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