Sono a fare colazione da Saporito, quanto, non atteso, arriva l’artista Vittorio Di Boscio sostenendosi con due bastoni a causa di un attacco di gotta che lo ha colpito per la sua famelica passione per le ostriche che lo hanno punito.
Mentre Maggie lo festeggia, lui mi chiede: “Sebastiani ha detto che non vuole soldi ma solo persone serie...Ho subito pensato ad una tua eventuale riflessione in merito.”
Caro Vittorio, il ritratto di Daniele Sebastiani come un "Ferguson collinare" e, al contempo, come un "mercante arricchitosi sulla passione biancazzurra", apre lo spazio per una riflessione socio-antropologica sul calcio di provincia, sospesa tra la letteratura di genere e la commedia all'italiana.
L’accostamento a Sir Alex Ferguson evoca una dinastia sportiva fondata sulla pianificazione. Nel caso pescarese, la "dinastia" si consuma tra le colline abruzzesi, dove il lungo regno (dal 2012) non è misurato in bacheche piene di trofei, ma in plusvalenze creative e bilanci salvati all'ultimo secondo.
Come il manager scozzese dominava l'Old Trafford, il patron adriatico domina il dibattito pubblico locale. Cambiano gli allenatori, cambiano i direttori sportivi, cadono le categorie, ma la presidenza resta l'unico vero punto fermo, un'istituzione quasi monarchica.
La definizione di mercante coglie la transizione dal calcio romantico al calcio-azienda di provincia. La passione della curva diventa la materia prima di un'industria estrattiva: si scopre il talento, si accende l'entusiasmo della piazza, si monetizza sul mercato e si ricomincia da capo.
L'affermazione "non voglio soldi ma solo persone serie" è un capolavoro di furbizia dialettica. Trasforma il venditore in un moralista e guardiano del tempio. Il denaro, di colpo, diventa secondario rispetto alla virtù, creando un paradosso per cui chi ha guadagnato con il calcio ora cerca la purezza d'intenti nei suoi successori.
In questa narrazione, il presidente non è il classico mecenate che dilapida patrimoni per la gloria della città, ma l'amministratore condominiale di un sogno collettivo.
L'economia del "Ferguson collinare" si fonda su capolavori di scouting monetizzati al massimo splendore: Non sto qui a ricordarti le varie operazioni relative a Verratti, Quintero, Lapadula, Caprari, Torreira, e tanti altri ancora che hanno reso milioni di plusvalenza e che rendono sempre attuali le domande: Che fine hanno fatto i tanti milioni incassati? Come fa questa società ad avere tutti questi milioni di passivo? Come pensa di poter vendere quando propone una società con una forte passività, senza suoi bene immobili e senza un vero parco giocatori di proprietà?
Daniele Sebastiani incarna l’ultimo, indecifrabile archetipo del "presidente-funambolo" del calcio italiano. È una figura di confine: un equilibrista della finanza sportiva sospeso tra la fredda contabilità aziendale e la passione viscerale di una piazza che non gli ha mai perdonato l’assenza di un sogno romantico.
Se il calcio fosse letteratura, Sebastiani non sarebbe l'eroe epico che investe patrimoni per la gloria, ma un pragmatico mercante rinascimentale prestato alla modernità.
La sua presidenza è stata un lungo esercizio di alchimia finanziaria: capace di trasformare i polmoni di Torreira e l'istinto di Lapadula in purissimo ossigeno per i bilanci, dimostrando che a volte, nel calcio, il capolavoro non è vincere una coppa, ma far quadrare i conti un martedì mattina qualsiasi.
A chi lo accusa di cinismo, lui risponde con l'ironia sorniona di chi sa che il pallone è un'equazione dove il sentimento è solo una variabile impazzita.
Non cerca mecenati dai portafogli infiniti ma "persone serie", quasi a voler nobilitare il pragmatismo in un mondo di facili illusioni. Se ne andrà, dice spesso, ma solo quando troverà qualcuno capace di fare meglio; nel frattempo resta lì, al timone della Delfino, a dimostrare che si può navigare nella tempesta anche quando il vento della contestazione soffia forte.
Dietro la facciata del bilancio e del rigore contabile, si muove la narrazione più spietata della tifoseria pescarese. Per la piazza, Daniele Sebastiani non è un custode, ma un ragioniere disinnamorato, guidato da una strisciante iper-fissazione per il denaro.
Nelle curve dello Stadio Adriatico, la critica è netta: per Sebastiani, il Pescara non è un patrimonio identitario o una fede da difendere, ma una vetrina di compravendita perpetua. Il legame viscerale della città con i propri colori è stato sostituito da freddi algoritmi di plusvalenza, dove ogni idolo ha un codice a barre e ogni maglia sudata è solo un asset pronto per essere liquidato al miglior offerente.
Questo "amore per il registro di cassa" ha creato una frattura emotiva insanabile. Il Pescara, da espressione di un popolo e di una terra, è stato ridotto a un efficientissimo ufficio di scouting e monetizzazione, privando la piazza del diritto più sacro del tifoso: quello di sognare senza dover prima consultare un bilancio d'esercizio.