COSE CHE GLI ALTRI NON VEDONO
Laddove il tempo si fa azzurro
Il clamore dell'estate si è finalmente arreso, lasciando sulla battigia la nuda verità della sabbia e del silenzio. Siedo di fronte alla distesa marina, finalmente libero dal rumore del mondo, e lascio che lo sguardo affondi senza reti verso la linea pura dell'orizzonte. Maggie, daccapo mossa dal suo istinto antico, interrompe la sua corsa randagia; si accosta, si fa ombra e si sdraia ai miei piedi. C’è una sacralità animale nel suo restare muta: sembra consapevole che il suo padrone non sta semplicemente guardando l'acqua, ma sta camminando in una dimensione diversa, un corridoio del tempo dove i vivi e le ombre si stringono la mano.
Guardo il mare e mi accorgo, con un brivido che non è freddo, di vedere cose che gli altri non vedono.
Da dove trema questa mia seconda vista? Da quale ferita, da quale altitudine dell'anima deriva la capacità di scorgere l'invisibile? Forse ha ragione Arthur Rimbaud quando scrive che il poeta si fa veggente attraverso un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi, o forse è solo il privilegio doloroso di chi ha vissuto abbastanza da accumulare distacchi. Questa mia facoltà nasce dal sedimento dei giorni, dal peso delle assenze che si sono fatte carne. È ciò che Eugenio Montale chiamava "l'anello che non tiene", lo strappo nella rete della realtà comune da cui, per un istante, si intravede l'essenza segreta dell'esistenza. Chi corre sulla spiaggia non può vedere; vede solo chi si ferma e accetta il silenzio.
E in questo strappo della luce, l'orizzonte mi restituisce prima di ogni cosa l’immagine di mio padre. Lo guardo e sento l'onda d'urto di un amore immenso come questo mare, un amore filiale che negli anni si è fatto venerazione, nutrito dal rispetto profondo per l’uomo che è stato. Lo rivedo nella fiera postura di ufficiale di marina, un uomo che ha governato i legni e le acque, e che sul mare ha cercato la sua libertà attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica.
Ma la sua vera grandezza, quella che oggi mi fa chinare il capo con orgoglio, non era scritta sulle mappe nautiche, bensì nella sua schiena dritta. Ricordo l’arroganza del partito al potere, quel fascismo imperante che pretendeva di piegare le coscienze, esigendo obbedienza e barattando il pane con il servilismo. Mio padre vide i suoi coetanei cedere, vide molti indossare la camicia della convenienza per paura o per ambizione. Lui no. Lui scelse l’isolamento, accettò di essere penalizzato, emarginato, colpito nel lavoro e nella sua arte fotografica. Eppure non si lasciò travolgere. Rimase fedele al suo credo politico e umano, custode di una dignità silenziosa che nessuna parata di regime avrebbe mai potuto comprare. Da lui ho imparato che il vero valore di un uomo si misura da ciò che è disposto a perdere pur di non perdere sé stesso. Il fascismo è passato, polvere nella storia, ma la fermezza di mio padre resta qui, scolpita nello scoglio della mia memoria, un esempio di rettitudine che ancora oggi mi guida.
Poco più in là, dove l'onda si frange e lascia una scia di spuma effimera, prende corpo il profilo di mio fratello Enzo. Aveva soltanto vent'anni quando ha donato la sua giovinezza alla patria, svanendo nel silenzio di Sibari. Di lui, la mia memoria custodisce soltanto il lampo fugace di una figura intravista da bambino, un'eco remota che lo scorrere degli anni rischiava di sbiadire. Eppure eccolo lì, eterno ventenne, immune all’invecchiamento che ha toccato me, evocato dal richiamo di queste onde che sembrano custodire ogni promessa interrotta.
Ma è nel cuore più profondo del mare che l'orizzonte si apre per fare spazio alle donne della mia vita. Le madri dei miei figli. Creature che ho amato con una fame disperata e che, per l'incapacità di capirsi, per l'orgoglio o per le derive misteriose del destino, non ho saputo trattenere. Marcel Proust scriveva che i veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto, e nel guardarli oggi non c’è più il veleno del rancore, ma la maestosa malinconia dell’evidenza. Le rivedo giovani, con la forza creatrice di chi ha dato carne e sangue al mio futuro. Sono state le mie sponde e le mie tempeste; donne che hanno attraversato i miei inverni offrendomi la mappa del loro corpo e la grazia della paternità. Non averle sapute tenere è il mio rimpianto più nitido, ma la loro presenza all'orizzonte è la prova che quell'amore, pur disperso, è stato il baricentro di tutta la mia architettura umana.
E infine, proprio là dove l'acqua sfuma nel cielo e diventa azzurro assoluto, mi pare di scorgere i miei figli. Sono ormai lontani dal mio abbraccio protettivo, navi mature lanciate con vigore verso il loro personalissimo destino. Volano alti sulle rotte che si sono scelti, distanti, eppure indissolubilmente legati a questo punto fermo sulla spiaggia.
Rimango così, in questo crepuscolo privato, mentre Maggie veglia sui miei piedi e il mare canta la sua antica ballata. Sono un uomo che ha perso molto, ma a cui l'età e il dolore hanno concesso gli occhi del veggente. E finché avrò la forza di guardare il largo, nessuno di loro sarà mai davvero andato via.