L'Età dell'Oro del Mattone e della Vanità

Negli anni Cinquanta, Pescara non camminava: correva a ritmi frenetici sulle ali di un’evoluzione edilizia che avrebbe fatto impallidire qualsiasi piano regolatore. Era l’era mitologica dei "palazzinari", un nucleo di pionieri del cemento armato che si arricchivano settimana dopo settimana, tirando su palazzi con la stessa velocità con cui i pescatori di Borgo Marino tiravano su le reti. Ma il denaro, a Pescara, ha valore solo se si può esibire. Nacque così il rito laico dello "struscio di mezzogiorno" in Corso Umberto. I nuovi ricchi, con le mani ancora metaforicamente sporche di calce ma i portafogli gonfi, sfilavano per farsi perdonare le origini e celebrare il miracolo economico adriatico. La via centrale divenne il palcoscenico di una commedia umana dove l’apparire era l’unica moneta avente corso legale.

La Notte del Poker e la Teoria dei Due Marciapiedi

La vera vita, tuttavia, si accendeva col calare del sole, quando Corso Umberto si divideva in due fazioni secondo una spietata sociologia urbana. La sera era un via vai continuo sul leggendario Marciapiede Nord, quello presidiato dalle luci del Cinema Excelsior. Lì si tirava avanti fino a notte inoltrata, lungo una passerella umana che univa idealmente il caffè San Marco all'iconico Palazzo Imperato, uno dei pochi gioielli in stile Liberty sopravvissuti al piccone demolitore, situato proprio all'incrocio strategico tra Corso Umberto e Corso Vittorio Emanuele. Al suo interno batteva il cuore insonne della città: il Caffè Tempera, l’unico locale aperto tutta la notte. Dietro le sue vetrine eleganti non si servivano solo caffè e liquori, ma si consumava il vero sport nazionale pescarese dell’epoca: il poker d’azzardo, all'interno di una sala riservata dove i destini dei patrimoni locali si decidevano tra un bluff e una sigaretta.

Ma la genialità popolare pescarese ha toccato il suo vertice nella divisione scientifica dei due lati della strada. Il detto popolare dell'epoca non lasciava scampo a interpretazioni: sul marciapiede Nord passeggiava la Pescara bene, i residenti doc, gli affaristi e i vitelloni locali; sul Marciapiede Sud, invece, la faccenda si faceva decisamente più piccante. Lì sorgeva il mitico negozio di abbigliamento maschile Sideri, tempio dell'eleganza sartoriale. Eppure, la leggenda voleva che quel lato fosse riservato esclusivamente ai mariti provvisti di mogli "un po’ biricchine" (ovvero allegre e civettuole), le quali li trascinavano davanti alle vetrine col preciso scopo di far sentire loro un insistente "prurito in fronte". Un modo elegante e prettamente pescarese per indicare la crescita spontanea di palchi di corna, mentre il consorte ammirava i tessuti pregiati di Sideri.

I "Vitelloni" e i Radiologi dello Struscio

Il sabato pomeriggio e la domenica l'aria si faceva elettrica. Corso Umberto si trasformava in una sfilata ad alto tasso di sensualità, specialmente nel periodo estivo, quando ragazze e signore della Pescara bene sfoggiavano abiti succinti e audaci trasparenze. Ed è qui che entrava in azione l'istituzione più celebrata della fauna locale: il "Vitellone della Riviera".

Questi perdigiorno di professione, immortalati nello spirito ma tradotti in chiave adriatica, passavano le ore – e le notti – appostati nei punti strategici del corso. Con la sigaretta perennemente accesa all'angolo della bocca, il capello imbrillantinato all'indietro e lo sguardo che avrebbe potuto perforare il cemento armato dei palazzinari, i Vitelloni pescaresi non guardavano le donne: le radiografavano. Erano capaci di calcolare la percentuale di seta e cotone di un vestito a trenta metri di distanza. Per loro, le trasparenze delle signore sotto il sole di luglio o sotto i lampioni dell'Excelsior non erano semplici dettagli di moda, ma una questione di studio scientifico e sollecitatore di "interessi morbosi". Trascorrevano la vita a fare pronostici amorosi che non si compivano mai, commentando ogni curva con un dialetto stretto che smorzava l'erotismo nella farsa, per poi ritrovarsi all'alba sui divanetti del Caffè Tempera a farsi prestare le mille lire per l'ultimo giro di poker.

Pescara Oggi, tra "Gingilli" e Grandi Pescara

Se oggi facessimo fare un balzo in avanti alle lancette del tempo, atterrando nella Pescara dei giorni nostri, scopriremmo che la scenografia è cambiata, ma la recita è rimasta identica. Il Cinema San Marco è solo un ricordo sbiadito, sostituito da store di multinazionali tutte uguali, e al posto della storica sala da poker del Tempera i destini economici si giocano sulle app di trading online mentre si sorseggia un aperitivo trendy in Piazza Salotto.

Il Marciapiede Nord e il Marciapiede Sud si sono fusi in un'unica, gigantesca passerella digitale. Il "Vitellone" anni Cinquanta si è evoluto (o forse involuto) nel "Re del Networking" di mezza età: capello corto tattico per nascondere la stempia, lampadato dodici mesi all'anno, mocassino senza calze anche a gennaio e occhiale scuro da "avviato professionista" indossato pure all'ombra delle fioriere comunali. Non passa più le notti a guardare le trasparenze dal vivo in Corso Umberto, perché oggi le radiografie si fanno direttamente sui profili Instagram delle ragazze locali, dispensando "like" tattici nel disperato tentativo di rimediare un appuntamento che non avverrà mai.

Le mogli "biricchine" che facevano venire il prurito in fronte ai mariti davanti alle vetrine di Sideri hanno trovato strumenti tecnologici molto più sofisticati della semplice passeggiata: oggi il prurito viaggia via chat segrete e messaggi che si autodistruggono. E il povero consorte, ieri distratto dai completi sartoriali di Sideri, oggi è troppo occupato a controllare le notifiche del proprio smartphone per accorgersi che le sue "corna" hanno ormai superato in altezza la cupola del Palazzo di Città.

Anche l'ostentazione ha cambiato valuta. I vecchi palazzinari mostravano le mazzette di banconote e i progetti dei nuovi condomini sul lungomare; i loro nipoti moderni – che spesso non hanno mai posato un mattone in vita loro – affittano a lungo termine un SUV imponente per parcheggiarlo in tripla fila in pieno centro, lasciando le quattro frecce accese come a dire: "Sono un cittadino della Grande Pescara, le regole del codice stradale non si applicano a chi ha l'aperitivo pagato". La città ha barattato la poesia del Liberty per la dittatura del "lifestyle".

L'Eterno Ritorno del Palcoscenico Adriatico

Di quella Pescara degli anni Cinquanta, sospesa tra il profumo del caffè notturno e il rumore delle betoniere, resta l’ossatura di una metropoli adriatica che ha preferito la funzionalità del commercio alla conservazione della memoria. Palazzo Imperato è ancora lì, immobile e fiero, a testimoniare che un tempo siamo stati eleganti.

Ma l'anima del pescarese non è cambiata di un millimetro: si continua a camminare per il solo gusto di farsi vedere e di giudicare il prossimo. Ieri si criticava chi spendeva troppo o chi aveva la moglie troppo allegra, oggi si misura lo status sociale dal tavolo che riesci a prenotare lo stabilimento balneare la domenica d'estate. Siamo passati dai "vitelloni" ai "millennials col mojito", dalle sfilate in abiti trasparenti alle storie di quindici secondi su TikTok. Pescara resta un meraviglioso, comico teatro all'aperto dove tutti sono contemporaneamente spettatori e attori, convinti di trovarsi a New York e felici, in fondo, di non essere andati oltre Francavilla o Silvi.

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