Quando il monte di Venere mi faceva sognare

Elegia del cielo perduto e degli amori d'altri tempi

Sono sul balcone di casa. È notte e guardo con un senso di tristezza il cielo scuro, non riesco a vedere nessuna stella, solo qualche raro aereo di linea o qualche pilota locale che fa esperienza di volo notturno.

Vi è un’ora, nella memoria, che non conosce il declino del tempo. Era l'ora in cui la giovinezza cercava il mare di Pescara dopo il tramonto, non per fuggire il mondo, ma per possederlo interamente attraverso lo sguardo. Allora, la notte non era un vuoto artificiale, ma una tela d'infinito.

Ci stendevamo sulla sabbia ancora tiepida, complici di un’architettura celeste che oggi appare quasi leggendaria. Nelle sere più fortunate, la Luna piena sorgeva proiettando sull'acqua una scia luminosa e perlacea, una via d'argento tesa tra l'umano e l'eterno. In quell'accordo perfetto tra l'onda e la luce risuonava l'eco di Gabriele D'Annunzio, il figlio prediletto di questa stessa terra, che nell' Alcyone celebrava la comunione totale tra l'uomo e la natura. Come nella sua Sera fiesolana, le parole della notte diventavano "fresche come il fruscìo che fan le foglie", e l'abbraccio del mare si faceva rito sacro, mistero pagano e divino al tempo stesso.

Oggi, quel litorale custodisce un silenzio diverso. Le variazioni del clima e la coltre opaca dell'uomo hanno steso un velo sul firmamento. Le stelle si sono ritirate, esiliate da un cielo che ha dimenticato come si brilla. Pescara, nelle sue notti odierne, soffre di questa mancanza notevole: un'orfanità siderale che priva i giovani dell'alfabeto degli dèi.

Come scriveva Salvatore Quasimodo, "ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole", ma oggi ci manca persino quel raggio di luna che un tempo ci trafiggeva di nostalgia e meraviglia.

Eppure, finché quel ricordo vive intatto – il profumo del sale, la stoffa leggera, la certezza delle stelle sopra di noi e il tuo grembo come unico rifugio – la notte non sarà mai davvero buia. Quella luce perlacea continua a risplendere, indistruttibile, sul mare della memoria.

Quello era il tempo degli amori in cui i sentimenti nascevano dall'attesa, che si nutrivano di sguardi e silenzi, capaci di trovare l'assoluto nella purezza di un istante. Poggiavo la testa sul tuo grembo, e attraverso la trama sottile e onesta dei vestiti di cotone leggero, la mia nuca incontrava la curva dolce del tuo monte di Venere e mi sentivo proiettato verso quelle stelle che facevano da sentinelle al nostro amore nascente.

Non c'era l'urgenza febbrile dell'erotismo moderno, quella fretta sbrigativa e cruda che caratterizza le relazioni di oggi, dove tutto si consuma rapidamente sullo schermo di un telefono e il mistero dell'altro viene profanato prima ancora di essere compreso. I corpi, oggi, si cercano con un'immediatezza che spesso dimentica l'anima.

Nei miei anni giovanili invece, la vicinanza era una grazia sospesa: un contatto casto ma intensamente carnale nella sua delicatezza, dove la stoffa leggera non separava, ma custodiva la meraviglia di una scoperta lenta. Vi era una sacralità che bastava a sé stessa, fatta di respiri accordati al ritmo della risacca.

Oggi, quel litorale custodisce un silenzio diverso. Le variazioni del clima, l'asfalto e la coltre opaca delle luci umane hanno steso un velo sul firmamento. Le stelle si sono ritirate, esiliate da un cielo che ha dimenticato come si brilla. Pescara, nelle sue notti odierne, soffre di questa mancanza notevole: un'orfanità siderale che priva i giovani dell'alfabeto degli dèi. Gli amori di oggi camminano sotto un cielo cieco, privati di quella grande scenografia cosmica che educava i cuori alla grandezza.

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