Cronaca di un’Amicizia oltre il Tempo

(dedicato all'mico Salvatore Colatruglio)

 

Ci univamo nel vento adriatico di Pescara, sotto l’insegna dell'Università d’Annunzio, muovendoci come funamboli su due binari che la logica del mondo avrebbe voluto paralleli e che invece la giovinezza incrociava continuamente. Erano i primi anni Settanta, stagioni cariche di promesse e di un’aria densa, inebriante – un profumo analogico e forte che i decenni successivi hanno sbiadito in una fretta distratta. In quel microcosmo universitario, io mi dividevo tra i labirinti fonetici della lingua d’Albione e le corse frenetiche in redazione: erano i giorni in cui, tra una dispensa e l'altra, guidavo le pagine sportive del Messaggero come redattore capo, traducendo la vita in titoli di scatola e fatiche da spogliatoio. Tu, Salvatore Colatruglio, sfidavi l'universo con la precisione geometrica della ragioneria e l’algida severità della tecnica bancaria, convinto forse che il mondo potesse essere ridotto a un perfetto pareggio di bilancio.

Nei ritagli di tempo, la mia casa di giovane sposo diventava il nostro porto franco. Tu arrivavi fin lì con il cuore pesante di quella nostalgia tipica dei fuori sede, la mente sempre rivolta alla fidanzata lasciata a Benevento – quella ragazza che custodivi nei pensieri più cari e che un giorno, lo sapevi già, avresti sposato. Per te, lontano dagli affetti, quel nostro appartamento non era solo un posto dove piegarsi sui libri: era un vero e proprio paradiso. Un rifugio domestico in cui scaldarsi, anche quando la quiete dei nostri dotti conversari veniva sistematicamente demolita dai miei ragazzi. Entravano come uragani, rompevano le scatole, interrompevano i nostri discorsi alti con le loro richieste improvvise e i loro giochi rumorosi; eppure tu li guardavi con una tenerezza infinita, scoprendo in quel caos felice lo specchio esatto del futuro che desideravi edificare.

A guardare le nostre mappe mentali, per il resto avremmo dovuto fare scintille. Tu, fiero della tua postura di destra, quadrata e rigorosa come i tuoi registri contabili; io, cresciuto nel solco di una solida matrice familiare di sinistra, ma già esule ideale, profondamente deluso e ferito da quel PCI che non aveva saputo piangere sui carri armati a Budapest, nel cinquantasei. Eppure, tra un caffè, una pagina di grammatica inglese, i pianti dei bambini e i tabellini sportivi che correggevo per il giornale, la nostra dialettica si trasformava in uno spettacolo privato. Ci lanciavamo provocazioni politiche come guanti di sfida, ma l'ironia era il nostro arbitro migliore e ridevamo prima ancora che toccassero terra.

Diventavo spietato quando il discorso cadeva sulle altalenanti, faticose fortune della tua squadra di calcio. Ti guardavo di traverso, stringendo la bozza del quotidiano ancora fresca d'inchiostro, e ti canzonavo col sorriso sulle labbra: «Meno male, Salvatore, che a Benevento avete il Premio letterario Strega… altrimenti chi mai si ricorderebbe della tua città?». Tu incassavi il colpo con l'eleganza fiera del tuo rigore e rispondevi colpo su colpo, disarmando le mie pretese da cronista e le mie nostalgie ideologiche con una risata fragorosa. La tua destra trovava la mia sinistra orfana di miti, e in quel vuoto non c’erano barricate, ma ponti. Capivamo, senza bisogno di dircelo, che i dogmi dei partiti, le fedi del campanile e persino il disordine dei figli sono elementi che la vera amicizia accoglie, protegge e sublima. Essa supera gli steccati ideologici e le classifiche calcistiche: le scavalca con una battuta, le custodisce tra le mura di una casa accogliente.

Oggi il tempo ha ridisegnato i confini e le geografie. Tu vivi a Benevento, finalmente accanto alla donna che allora sognavi tra i manuali di tecnica bancaria, circondato dalle pietre millenarie dei Sanniti e dall'aroma di quel liquore zafferano che dà il nome al premio. Io rimango qui, a sfogliare queste pagine ingiallite dal mio diario sulla costa adriatica. Ma la distanza rimane solo un’illusione cartografica. Se chiudo gli occhi, sento ancora l’odore dell’inchiostro del giornale, le voci dei bambini che spezzano i nostri discorsi, il profumo inebriante degli anni Settanta e la tua precisione numerica sposare la mia anarchia poetica. Capisco, allora, che nel bilancio perfetto della memoria l’unica voce che non conoscerà mai svalutazione è il bene profondo che ci ha uniti.

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna