L'ULTIMO PROFUMO DEL PLINIUS

La foto di Maggie, immobile contro la distesa del Plinius ormai deserta, è un frammento di tempo congelato che riapre le porte della memoria. Lo sguardo del cane, rivolto verso un orizzonte senza navi, sembra custodire la chiave di quella stessa nostalgia che oggi avvolge lo spirito: il ricordo di un’estate svanita, delle giornate sature di sole, delle risate sospese tra amici e amiche, e di quegli amori fulminei, nati e morti nello spazio di poche maree. La spiaggia a settembre diventa il teatro della filosofia naturale.

Come scriveva Cesare Pavese, "non c'è niente di più amaro che l'alba di un giorno in cui non accadrà nulla", eppure in questa sospensione c'è una bellezza struggente. La sabbia, che fino a poche settimane fa accoglieva i corpi e i passi di una giovinezza rumorosa, ora conserva solo l'impronta del vento. Quegli incontri, quelle storie nate all'ombra degli ombrelloni e consumate prima del primo freddo, non sono state inutili; sono state brevi fiammate che hanno illuminato la notte, ricordandoci il concetto di impermanenza caro a Marco Aurelio: tutto scorre, tutto muta, e la bellezza delle cose umane risiede proprio nella loro fragilità, nel loro essere destinate a finire.

Accanto a Maggie, la memoria scivola poi verso l’ombra di un rimpianto più dolce e amaro di tutti gli altri. In quel fermo immagine sulla sabbia, torna a materializzarsi il ricordo di una splendida signora. Un volto nobile, su cui gli anni non avevano lasciato traccia, quasi che il tempo, solitamente così implacabile, si fosse inchinato davanti a tanta grazia. Il suo era un sorriso radioso, capace di competere con la luce accecante del bagnasciuga a mezzogiorno. Impossibile dimenticare le sue mani dalle dita affusolate che affondavano con grazia nel pelo del cane, ma il vero fulcro di quell'istante era nel suo sguardo: occhi che cercavano, che parlavano una lingua esplicita, vibrante di promesse e inviti che non chiedevano altro che essere raccolti. Ad avvolgere quel momento, un profumo che, nell'aria marina, creava una malizia particolare.

È in quel contrasto tra la purezza del sale e l'artificio sensuale di quella fragranza che si è consumato il dramma interiore. Come nelle pagine di Charles Baudelaire, dove l'odore di una donna è capace di spalancare porti esotici e viaggiare nel tempo, quel profumo ha sospeso per un attimo il corso delle cose. Era un invito che univa la nobiltà dello spirito alla seduzione, un sortilegio che rendeva ancor più struggente il rifiuto.

Eppure, tra quell’invito radioso e la risposta si è interposto il peso degli anni, quella consapevolezza severa del tempo che passa e che spesso si traveste da prudenza, o da timore.

Non c'è stato il coraggio di fare quel passo, di spezzare gli indugi, lasciando andare la lucida certezza di aver perso un’ultima occasione. È il dramma silenzioso che Marcel Proust ha esplorato nella sua Ricerca del tempo perduto: l'abisso che si crea quando la giovinezza del desiderio si scontra con la stanchezza della carne, rendendoci spettatori malinconici della nostra stessa vita. Viene in mente anche il poeta Guido Gozzano, con i suoi versi dedicati alle storie rimaste incomplete, sospese nel limbo del "poteva essere". Si è ceduto il passo perché il tempo ha le sue esigenze, le sue leggi non scritte che impongono una saggia, seppur dolorosa, resa.

Maggie, nella sua purezza animale, non soffre per il passato né teme il futuro; abita il presente assoluto di quella spiaggia vuota. E in quel suo stare, invita a fare lo stesso: a guardare a quel volto e a quel sorriso non con il dolore della perdita, ma con la gratitudine di chi ha saputo intercettare la bellezza.

Aver rinunciato significa aver consegnato al Plinius un segreto eterno, un profumo che continuerà a fluttuare nell'aria ogni volta che il vento di settembre tornerà a pettinare la spiaggia. Perché l'estate non è solo una stagione del calendario, ma una condizione dello spirito che nessuna duna deserta potrà mai cancellare.

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