IL FIUME INVISIBILE E IL TEMPO RITROVATO:

UNA MEDITAZIONE LETTERARIA E PITTORICA

Il tempo non aspetta. È una verità antica, una lama invisibile che consuma i giorni mentre l’essere umano cerca disperatamente un baricentro. Spesso consideriamo il tempo un nemico esterno, un carnefice implacabile che ruba la giovinezza, sbiadisce i ricordi e cancella le tracce del nostro passaggio. Eppure, la grande letteratura, la filosofia e l'arte visiva ci insegnano che il tempo non è fuori di noi: noi siamo il tempo.

Già nel primo secolo, Seneca nei suoi trattati sulla brevità della vita ribaltava la nostra lamentela più comune. Il tempo non ci aspetta, è vero, ma non perché sia avaro. Siamo noi a dilapidarlo in occupazioni futili, nell'attesa perenne di un domani che continuiamo a rimandare. La vita non è breve; siamo noi a renderla tale non abitando il presente.

Questa intuizione attraversa i secoli e trova una sponda profonda in Sant'Agostino. Nelle sue Confessioni, il filosofo ammette la natura paradossale del tempo: il passato non esiste più, il futuro non esiste ancora, e il presente è solo un punto geometrico privo di estensione. Se il tempo esiste, allora, abita solo la mente umana come memoria, attenzione e attesa.

Nel Rinascimento, questa consapevolezza si tinge della malinconica bellezza di Lorenzo de' Medici («di doman non c'è certezza»), per poi trasformarsi, nell'ottocento di Giacomo Leopardi, in una delle vette della poesia mondiale. Per Leopardi il tempo diviene l'agente del nulla, una forza che cancella le civiltà. Ma è proprio in questo naufragio che l'uomo ritrova la sua dignità: guardare in faccia il deserto del tempo senza farsi piegare, celebrando la solidarietà e l'empatia nel qui e ora.

La svolta di Proust e il miracolo della tela

Nel Novecento, la letteratura compie l'ultimo grande passo con Marcel Proust. Nella sua monumentale Ricerca del tempo perduto, lo scrittore dimostra che il passato non si offre alla ragione, ma si nasconde negli oggetti, nei profumi, nei sapori e, soprattutto, nelle forme dell'arte. Se una madeleine intinta nel tè può spalancare le porte dell'infanzia, l'atto pittorico possiede una facoltà ancora più radicale: non si limita a ricordare il tempo, ma lo fissa in eterno, sottraendolo alla morte.

Laddove il tempo della vita quotidiana corre e distrugge, l’arte si fa zattera di salvataggio. Questo miracolo estetico e proustiano trova una perfetta descrizione verbale (ecfrasi) contemporanea nella produzione di tre straordinari maestri, pittori di varia natura e profondo spessore: Vittorio Di Boscio, Domenico Di Matteo e Gino Berardi. Nelle loro opere, il tempo cessa di essere un flusso distruttivo e si trasforma in materia, luce ed emozione pura.

Vittorio Di Boscio: Il mistero del tempo interiore
La pittura di Di Boscio risponde all'urgenza di guardare il mondo con occhi nuovi. Definito dalla critica come un attento raccoglitore di sensazioni e impulsi, il maestro non dipinge la realtà meramente visibile, ma l'eco che essa lascia nell'anima. Le sue tele comunicano nel silenzio, trasferendo nell'atmosfera colore, magia e mistero. In questa ricerca ordinata ma istintiva, il tempo proustiano si manifesta come una stratificazione di impulsi irrazionali e fantasiosi. Di Boscio blocca sulla tela il "tempo interiore" – la durata bergsoniana tanto cara a Proust – dove il passato e il presente si fondono in un unico, inscindibile accordo cromatico.

Domenico Di Matteo: L'emozione fluida della memoria
Se la memoria involontaria di Proust è un risveglio improvviso che dissolve i contorni rigidi del presente, la transizione artistica di Di Matteo ne incarna la fluidità dinamica. Passato attraverso la precisione documentaristica della fotografia, Di Matteo ha trovato nella trasparenza e nell'immediatezza dell'acquerello la sua dimensione più autentica. Le sue opere oscillano costantemente tra la visione realistica dei luoghi emotivi e la loro dissolvenza astratta. Esattamente come accade alle stanze di Combray nelle pagine proustiane, la realtà geometrica del mondo si scioglie sotto il peso dell'emozione, lasciando che il colore si faccia portatore di una nostalgia luminosa, liquida e rivelatrice.

Gino Berardi: La materia e l'evoluzione del vissuto
Proust ha impiegato un'intera vita per trasformare i frammenti sparsi dei suoi ricordi nell'architettura perfetta della sua opera. Una simile cattedrale temporale si ritrova nella lunghissima parabola artistica del maestro Berardi, attivo da oltre mezzo secolo sulla scena europea. Il suo percorso è un viaggio metamorfico che va dall'impressionismo iniziale fino all'astratto-informale. Nelle sue opere, la pennellata distesa e lo studio rigoroso della materia catturano l'essenza stessa dell'esperienza vissuta. La suggestione cromatica delle sue tele e il suo informale materico evocano la terra, le marine del passato, i sogni e i segni di un'intera esistenza, riscattando i giorni perduti per restituirli sotto forma di pura, eterna sensibilità.

L'uomo che legge, che scrive e che dipinge possiede un potere unico: può fermare le lancette nell'architettura di una pagina o nello spazio di una tela, trasformando il flusso indistinto dei giorni in pura bellezza.

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