il Lago Viknyna
il Lago Viknyna (noto popolarmente come il "Lago dei Fantasmi"), situato vicino al villaggio di Khropotova, nella regione di Khmelnytskyi in Ucraina. [
Questo specchio d'acqua è al centro di inquietanti leggende locali legate a misteriose sparizioni e anomalie naturali.
La finestra sull'altro mondo: Il nome Viknyna deriva dalla parola ucraina vikno (finestra). La gente del posto crede che il fondale nasconda un varco verso un'altra dimensione che risucchia e fa sparire le persone e gli animali che vi si immergono.
Sebbene i residenti frequentino le sponde per pescare o fare picnic, nessuno osa fare il bagno nel lago a causa della sua sinistra reputazione. Inoltre, si dice che dopo il tramonto il luogo diventi teatro di fenomeni paranormali.
Questa storia mi è stata raccontata da Irina che vive con il marito a Pescara. Ne ho tratto l’ispirazione per un breve racconto:
La cena a casa di Tommaso e Kateryna era quasi giunta al termine. Fuori la pioggia batteva contro i vetri della loro casa in Italia, ma dentro l’atmosfera era calda. Kateryna, ucraina d’origine e sposata con Tommaso da dieci anni, stava servendo il tè quando lo sguardo le cadde su una vecchia foto in bianco e nero incorniciata sulla credenza. Ritraeva una donna identica a lei, ma vestita con abiti tradizionali dei primi del '900.
"Quella è la mia bisnonna, si chiamava anche lei Kateryna", disse ai due amici ospiti, Marco ed Elena, una coppia di fotografi appassionati di viaggi alternativi. "Scomparve nel 1920, nel villaggio di Khropotova. La gente del posto dice che l'ha presa la Viknyna, la finestra".
Kateryna spiegò che nel suo paese natale c'era un lago che non gela mai, nemmeno a quaranta gradi sotto zero. In inverno, mentre tutto intorno è ghiaccio, quel lago fuma. Una nebbia fitta si alza dall'acqua a quattordici gradi, e i vecchi del villaggio dicono che tra quei fumi si muovono le ombre di chi ha osato guardare troppo a fondo nello specchio d'acqua. "Chi si avvicina troppo alla nebbia, a volte, non torna più".
Marco ed Elena si scambiarono un'occhiata complice. Per due fotografi sempre a caccia di misteri e paesaggi spettrali, quella era l’occasione della vita. Nonostante gli avvertimenti di Kateryna e le proteste di Tommaso, preoccupato per le storie della moglie, la coppia decise di partire per l'Ucraina il gennaio successivo.
Arrivati a Khropotova, l'inverno era spietato. Il villaggio sembrava deserto, sepolto dalla neve. Seguendo le indicazioni che Kateryna aveva dato loro a malincuore, Marco ed Elena camminarono nel bosco fino a raggiungere la riva del lago. Lo spettacolo era ipnotico e terrificante. Tutto intorno il mondo era bianco e immobile, ma il lago era una pozza di acqua nera e liquida, completamente avvolta da una coltre di vapore denso che saliva verso il cielo. Sembrava che l'acqua bollisse, anche se toccandola era solo tiepida.
Marco posizionò il treppiedi e iniziò a scattare. Elena, affascinata dal vapore, si avvicinò alla riva. La nebbia iniziò a sollevarsi rapidamente, avvolgendola.
"Marco, guarda qui!", gridò Elena, con la voce stranamente ovattata.
Attraverso l'obiettivo della reflex, Marco vide la nebbia densa aprirsi per un istante. Dietro Elena, sulla superficie dell'acqua, non c'era un riflesso. C'era una figura. Una donna con un abito tradizionale ucraino del secolo scorso, il viso pallido e gli occhi fissi sulla fotocamera. Marco abbassò l'obiettivo, terrorizzato. A occhio nudo la donna non c'era, ma quando guardò di nuovo Elena, si accorse con orrore che sua moglie stava camminando verso l'acqua, come in trance, e la figura nella nebbia le stava tendendo la mano. Era lo spettro della prima Kateryna
Marco cacciò un urlo, lasciando cadere la macchina fotografica sulla neve. Scattò in avanti e afferrò Elena per le spalle un istante prima che il suo piede toccasse l'acqua nera. La tirò indietro con forza, facendola cadere sul terreno innevato. Elena sembrò risvegliarsi di colpo da un sonno profondo. Respirava affannosamente, gli occhi sbarrati. "Marco... lei non voleva annegarmi", sussurrò, con la voce che le tremava. "Mi stava parlando. Nella mia testa".
Prima che Marco potesse rispondere, il vapore sopra il lago Viknyna si condensò rapidamente. La figura della prima Kateryna si fece più nitida, sospesa a pochi centimetri dalla superficie liquida. Il suo volto non esprimeva rabbia o malvagità, ma un profondo, disperato terrore. Lo spettro non guardava i due fotografi: teneva gli occhi fissi sul fondo del lago, e con la mano tesa indicava la parte più profonda della "finestra".
All'improvviso, l'acqua tiepida cominciò ad agitarsi, non per il vento, ma come se stesse ribollendo dal basso. Grandi bolle d'aria iniziarono a salire in superficie, liberando un odore acre di zolfo e terra antica. Dal fondo del lago, una sagoma gigantesca e informe, molto più grande di qualsiasi essere umano, iniziò a delinearsi sotto lo specchio dell'acqua nera. Qualcosa di antico e mostruoso si stava svegliando.
La prima Kateryna guardò Marco ed Elena un'ultima volta. Aprì la bocca e, sebbene non producesse alcun suono nell'aria, entrambi percepirono chiaramente le sue parole nella mente: «La finestra si sta aprendo al contrario. Non sta più prendendo... sta rilasciando. Fuggite. Ditelo a Tommaso. Ditelo a mia nipote. Il sigillo di sangue è rotto». Un secondo dopo, lo spettro svanì, dissolto dal vapore. Nello stesso istante, la superficie del lago Viknyna, che non era mai ghiacciata in un secolo, iniziò a coprirsi di una lastra di ghiaccio nero e tagliente con una velocità impressionante, mentre un boato cupo saliva dalle profondità della terra.
I due fotografi non aspettarono un secondo di più. Arretrarono terrorizzati, raccolsero l'attrezzatura e fuggirono a perdifiato attraverso i boschi innevati fino a raggiungere la macchina. Con le mani tremanti e il riscaldamento al massimo, Marco prese il telefono cellulare e compose il numero di casa di Tommaso in Italia.
Dall'altro lato della linea, la voce di Tommaso rispose quasi subito, ignara del dramma. Marco, con il fiato corto, gli urlò contro tutto quello che era appena successo: il lago che si ghiacciava, l'apparizione della vecchia Kateryna e, soprattutto, l'avvertimento finale.
Ci fu un lungo, agghiacciante silenzio dall'altra parte del telefono. Poi, la voce di Tommaso cambiò completamente, diventando cupa, fredda e priva di qualsiasi accento italiano.
"Il sigillo di sangue...", sussurrò Tommaso, mentre in sottofondo si sentiva il rumore di vetri infranti e un vento gelido che improvvisamente fischiava dentro la loro casa in Italia. "Kateryna non ve l'ha detto, Marco. Non è stata la sua famiglia a fare il sigillo per tenere ferma la cosa nel lago. È stata la mia. E ora che lei è lontana dall'Ucraina, e che voi avete risvegliato le acque... la cosa sta venendo a riprendersi ciò che le appartiene. Anche qui".
La linea telefonica cadde bruscamente con un suono metallico. Marco ed Elena guardarono lo specchio retrovisore della macchina: dietro di loro, le luci del villaggio di Khropotova si stavano spegnendo una a una, inghiottite da una nebbia nera che avanzava gelida dal lago, cancellando ogni cosa al suo passaggio.