LE DONNE CONDUCONO GLI UOMINI A CASA

come l’Anima conduce il viandante alla dimora del mondo

L’uomo, nella sua costituzione psicologica più ancestrale, abita lo spazio come un orizzonte da consumare: è, per sua natura mitica, il girovago eterno che misura la terra con il passo inquieto della conquista e della fuga. Se lasciato alla sua solitudine geodetica, l’elemento maschile rischia la deriva, un nomadismo dello spirito che consuma le forze senza mai generare una memoria, riducendosi a un navigatore esposto ai mostri dell'inconscio e alle lusinghe dell'oblio, proprio come l'Ulisse omerico prima del ritorno.

A questa traiettoria lineare e dispersiva si oppone, da sempre, la verticalità della donna, colei che fonda il centro e compie un miracolo di transustanziazione psichica, trasformando lo spazio in territorio, la tana in dimora, l’individuo isolato in nucleo generativo da cui la civiltà trae la sua linfa per frenare l'anarchia degli istinti.

Quando il Novecento ha aperto le sue porte, questo antico focolare è crollato e l'uomo si è ritrovato a camminare sulle macerie delle proprie certezze, trasformandosi nell’inetto di Svevo o nel Leopold Bloom di Joyce, un senzatetto psicologico che vaga per una metropoli indifferente. È qui che la psicologia di Carl Gustav Jung si sposa al canto della letteratura: l'uomo che vaga senza fissa dimora sta fuggendo da sé stesso e da quell'Anima - la personificazione del femminile profondo - che vive nel suo inconscio.

La donna reale diventa allora la custode della chiave, colei che accogliendo il naufrago lo costringe a depositare le armi, a guardare nelle proprie stanze buie e a compiere il processo di individuazione. Nel monologo finale dell'Ulisse, il celebre "Sì" di Molly Bloom non è solo letteratura, ma è la porta di casa che si spalanca per sottrarre l'elemento maschile, volatile e distruttivo, e sposarlo alla terra, offrendo alla società una struttura organica e protetta.

Questo salvataggio metafisico diventa assoluto nelle crepe del Novecento italiano, dove l'uomo, esiliato da un mondo capovolto, riconosce la propria insufficienza.

Nelle pagine di Luigi Pirandello, dove l'identità si frantuma in un gioco di specchi e di maschere sociali, la donna-madre rappresenta l'elemento primordiale e compassionevole, la sola sponda di carne e verità capace di accogliere i frammenti dell'uomo esploso e restituirgli una dimora affettiva.

Contemporaneamente, nella poesia di Eugenio Montale, il femminile si trasfigura in un amuleto teologico: figure come Clizia diventano una "donna-angelo", un'ala tesa nel buio e un varco metafisico che spezza la catena del male di vivere. Camminando tra i detriti del proprio secolo, dopo che le sue filosofie hanno fallito e le sue guerre hanno distrutto il paesaggio, il viandante stanco alza lo sguardo e trova nella donna la mano che toglie la maschera e la luce che difende l'umano, scoprendo che la casa non è mai stato un semplice luogo di mattoni, ma l'unico baricentro in cui è ancora possibile mettere radici e riscoprirsi vivi.

In questo eterno ritorno, la donna si conferma l'architrave segreto della storia e della psiche: colei che raccoglie l'uomo dalla sua dispersione e, custodendone il respiro, gli fa dono di una patria, trasformando l'erranza sterile della specie nel miracolo quotidiano della civiltà.

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