LA TELA DI SALE E DI VENTO

UN’AVVENTURA IN MARE CON VITTORIO

Esiste un legame invisibile e antico che unisce il destino di chi naviga a quello di chi crea. Entrambi si affacciano su un abisso - che sia l’orizzonte sconfinato dell'oceano o la superficie immacolata di una tela bianca - e in quell'immensità cercano di tracciare un segno, di dare un senso al vuoto. Questa è la storia di un viaggio e di un’amicizia nata sotto il segno di questa doppia vocazione. Perché navigare con Vittorio Di Boscio significa proprio questo: accettare che la meteorologia e l'arte siano la stessa identica disciplina, e che lo sguardo di un pittore possa diventare l’unica bussola capace di salvare un equipaggio quando la terra scompare e il mondo si riduce a un inferno di schiuma e vento.

«Guarda lì, proprio sotto il giardinetto di dritta», disse Vittorio, senza staccare gli occhi dall’orizzonte. Aveva la mano salda sulla ruota del timone, ma le dita si muovevano leggere, come se stessero sfumando un carboncino su carta ruvida. «Quello non è solo blu. È un blu di Prussia che ha inghiottito la luce del mattino. Se non capisci il colore dell'acqua, non capirai mai da dove arriverà la prossima raffica».

Per lui, skipper e artista multiforme, la barca non è un semplice guscio di vetroresina e sartiame; è un pennello pesante che traccia rotte invisibili su una superficie liquida in perenne movimento. Joseph Conrad, che il sale lo aveva respirato davvero sui clipper della Marina Mercantile, scriveva che il mare non parla mai ai marinai se non con la voce stessa del loro coraggio. Vittorio, a quella voce, sa dare anche una forma, un'ombra e un colore.

Accadde durante una traversata d'autunno, a poche miglia dalle isole di Capo Verde. Il vento era caduto di colpo, lasciando l'oceano in una spaventosa, vitrea quiete — quella "calma piatta" che Herman Melville descriveva come un deserto capace di far impazzire gli equipaggi. "Bramosia", la nostra imbarcazione di 15 metri, galleggiava su uno specchio d’argento scuro. L'equipaggio era nervoso, logorato da ore di totale immobilità. Ma Vittorio, seduto sul passavanti, fissava la linea in cui il cielo incontrava l'acqua. Non parlava. Tamburellava le dita sulla tuga, con lo stesso ritmo nervoso di quando studia una tela che non vuole cedere il suo segreto.

«Sentite questo silenzio? È finto», disse d'un tratto, voltandosi verso di me. Il suo sorriso era sparito. «Il mare sta preparando lo sfondo. Guardate quel brivido scuro a Nord-Ovest. Non è vento. È l'ombra di una tempesta che sta caricando i neri».

Poi, il barometro crollò di colpo, come una pietra in un pozzo.

Il primo schiaffo arrivò senza preavviso. Non fu una raffica, fu un boato. In meno di dieci minuti il cielo si chiuse sopra di noi come una palpebra di piombo, e l'oceano si trasformò in un urlo primordiale. Una di quelle mareggiate atlantiche che Edgar Allan Poe avrebbe descritto come un imbuto dantesco, capace di risucchiare la luce e la speranza. Le onde si alzarono a muraglie, scure come ardesia liquida, sormontate da creste di bava bianca che il vento strappava e vaporizzava nell'aria.

«Giù le vele! Lascia solo la trinchetta! Subito!» gridò Vittorio. La sua voce, di lito pacata, ora tagliava il fragore del mare come una lama.

La barca si inclinò paurosamente. Il bordo passò sotto l'acqua, mentre l'albero scricchiolava sotto la pressione di una forza mostruosa. Rimasi bloccato sul pozzetto, le mani aggrappate ai tientibene, con lo stomaco stretto in una morsa di terrore puro. Ogni volta che sollevavo lo sguardo, vedevo una montagna d'acqua sovrastare la poppa, pronta a travolgerci.

«Vittorio! La ruota non tiene!» urlai, mentre un'ondata frangeva sulla tuga, investendoci con la violenza di un idrante e battezzandoci di schiuma e sale.

Ma lui era immobile, piantato sulle gambe divaricate, fuso con il timone. I muscoli delle braccia erano tesi allo spasmo, le nocche bianche per lo sforzo. Eppure, nei suoi occhi non c'era panico. C'era una strana, spaventosa concentrazione.

«Guarda l'onda!» mi urlò contro, mentre la prua sprofondava nel cavo di un maroso, sollevando tonnellate di spruzzi. «Non guardare il pericolo, guarda la linea! Vedi come si flette? Sembra una scultura di gesso in movimento. La barca deve scivolare dentro le sue venature, assecondarla. Se la colpisci di taglio, se ti irrigidisci, spezzi la tela e andiamo a fondo!».

Era una follia. Nel mezzo di un inferno d'acqua Vittorio stava leggendo la tempesta come se fosse un'opera d'arte tridimensionale. Timonava d'anticipo, anticipando i colpi dell'oceano con frazioni di secondo di scarto. Sentiva la pressione sulla pala del timone attraverso i palmi delle mani, traducendo la fisica della sopravvivenza in una spietata coreografia di forze. Manuel, il vecchio marinaio portoghese che era con noi, si aggrappò all'albero maestro e lo fissò sbalordito, stringendo un rosario tra le dita bagnate. Capì in quel momento che non eravamo più nelle mani del caso, ma sotto la guida di un uomo che stava sfidando l'abisso con la lucida follia del genio.

Per quattro ore interminabili fummo giocattoli nella morsa del temporale. Ogni onda superata sembrava l'ultima concessa. Poi, lentamente, il ruggito si trasformò in un lamento. All’alba, quando il vento concesse una tregua e il cielo si aprì in un taglio netto, violento, color zafferano e rosa antico, Vittorio mollò leggermente la presa dalla ruota. Si asciugò il sale dagli occhi con la manica della cerata. Si voltò a guardarmi, con il volto scavato dalla stanchezza ma illuminato da una gioia selvaggia.

«Ecco», sussurrò, indicando l'orizzonte insanguinato dal nuovo sole. «Questo rosa non lo puoi comprare in nessun negozio di belle arti. Devi venire a prendertelo qui, pagando il prezzo che decide il mare».

Sotto la tuga, mentre il bollitore fischiava nella zona giorno e il profumo del caffè cercava di scacciare l'odore acre del sale e della paura, vidi Vittorio prendere un taccuino dalle pagine ingiallite e umide. Con un pezzo di carboncino bagnato, in tre tratti rapidi, impresse sulla carta la curva esatta dell'ultima onda che ci aveva quasi sommersi.

In quel gesto c'era la risposta al mistero del rapporto tra l'uomo e il mare. Navigare, in fondo, non è mai un atto di conquista; è un esercizio di profonda, assoluta umiltà. Robert Louis Stevenson scriveva che l'anima di un marinaio si misura dalla sua capacità di abitare l'incertezza. L'uomo che sfida l'oceano sa di essere infinitamente piccolo di fronte a quella massa liquida e indifferente, eppure continua a solcarla. Perché il mare è uno specchio spietato: spoglia l'essere umano di ogni finzione, cancella le sovrastrutture della terraferma e lo riduce alla sua essenza più pura. Di fronte alla tempesta siamo costretti a scoprire chi siamo veramente. E quando un marinaio unisce a questa consapevolezza la sensibilità di un artista, il mare cessa di essere solo un pericolo e diventa un alleato, una musa severa che esige tutto, ma che in cambio regala una libertà che non conosce confini.

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