LA GEOMETRIA DELL'ANIMA E LA CAREZZA DEL SORRISO

Ritratto lirico di Germano D’Aurelio, in arte ’Nduccio

Il mare di Pescara si stendeva davanti a noi come una tela infinita di cobalto e silenzio, mossa solo dal ritmo lento della risacca e dal passo leggero, sulla sabbia, della mia cagnolina Maggie. Accanto a me, lo sguardo attento e la sensibilità viva di Vittorio Di Boscio, un uomo che il colore e lo spazio li domina per vocazione, traducendo il mondo in pittura e la vita in scenografia.

Guardando quell'orizzonte liquido, il discorso è scivolato quasi da sé sulle declinazioni del genio umano. Ci chiedevamo dove risieda il confine dell'arte, in quali forme lo spirito si manifesti per toccare le corde più profonde del mondo. Se la pittura abita il silenzio e la forma, esiste un’arte altrettanto nobile e complessa: l'arte di far ridere la gente. Non la risata fatua del palcoscenico effimero, ma quella che nasce come un balsamo, un atto di accudimento per l'anima che alleggerisce il peso dell'esistenza.

È stato proprio Vittorio, con la lucidità propria dei grandi artisti, a evocare una figura che supera i confini della nostra costa per farsi archetipo: ’Nduccio, al secolo Germano D’Aurelio. Un uomo che ha saputo conquistare un pubblico immenso, ben oltre il perimetro pescarese, non con l'artificio, ma con la verità universale della sua terra. I suoi storici successi musicali - capisaldi immortali come Sott'a la capanne, Radio Cafone o Zappa Rap - non sono stati semplici tormentoni, ma vere e proprie fotografie antropologiche di un popolo, capaci di sdoganare la nostra identità culturale su palcoscenici nazionali.

Nel sentire quel nome, la memoria ha aperto una stanza lontana della mia vita. Ho rivisto i giorni delle mie supplenze di Inglese, un porto di terraferma in quel cammino professionale che mi avrebbe poi visto diventare giornalista professionista. Tra i banchi, ricordo ancora il volto luminoso e gli accenti vibranti di entusiasmo della signorina D’Aurelio. Mi parlava di suo fratello Germano con un orgoglio puro, quasi profetico, dipingendo il ritratto di un uomo che prima di essere una maschera pubblica era un pilastro di affetti. L'entusiasmo di quella studentessa non era solo affetto fraterno; era il presagio di un destino artistico che avrebbe dato voce alle nostre radici.

Oggi quel destino continua a rinnovarsi in una veste complementare. Germano, che della comunicazione conosce ogni piega, è diventato una presenza costante ed essenziale nel palinsesto di Rete8. Attraverso le sue trasmissioni e la sua rubrica giornalistica semi-seria (come le irresistibili letture della sua Rassegna Stramba all'interno di Produzione Locale), ha saputo unire la satira del cabarettista al rigore dell'osservatore sociale. La sua ironia graffiante ma benevola applicata all'attualità dimostra che il giornalismo e la comicità, quando sono d'autore, attingono alla stessa identica urgenza: raccontare la verità nuda dei fatti.

Il racconto di Vittorio si è poi arricchito di una sfumatura ancora più profonda, che sveste l'artista dagli abiti di scena per rivelarne l'immensa statura umana: la sua generosità silenziosa. Vittorio mi ha parlato delle colline di Lama dei Peligni, dove possiede una casa, e di come Germano vi salisse per la festa dedicata a Telethon. Lassù, tra le rocce della Maiella, ’Nduccio portava il suo dono più grande gratuitamente, mettendo il proprio genio al servizio della speranza e della solidarietà.

Far ridere, in fondo, è un esercizio di altissima carità. Significa spogliarsi del proprio io per farsi specchio delle fragilità altrui, trasformando il dialetto e l'aneddoto quotidiano in una lingua universale che consola. Il ritratto che ne resta, mentre il sole cala sul nostro mare, è quello di un uomo che ha saputo fare della comicità una declinazione della poesia: un artigiano del sorriso e un acuto osservatore del nostro tempo che ha regalato all'Abruzzo la parte più nobile, lucida e generosa di sé.

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