IL CIMITERO DEI PICCOLI RISPARMI
IL TEATRINO DEI MAMMASANTISSIMA
LA DISCESA AGLI INFERI DEL CREDITO PESCARESE
C’è stato un tempo in cui le Casse di Risparmio facevano quella cosa noiosissima e passatista di custodire i soldi veri della gente reale, ma a Pescara quel patto di territorio che portava il nome di Banca Caripe è stato felicemente immolato sull'altare di una delle più opache e rovinose triangolazioni finanziarie del Centro-Sud italiano. Se la vicina Carichieti condivideva lo stesso identico destino di sprofondamento nel baratro – a dimostrazione che il mal comune in salsa bancaria non fa mai mezzo gaudio, ma solo il doppio delle macerie sociali – la parabola pescarese assume i contorni della farsa d'alto bordo. Come ricorda con spietata lucidità chi ha vissuto la trincea dello sportello, la demolizione controllata della Caripe è un capolavoro che viene da lontano e che perse la sua reale autonomia già nel glorioso 2001, all’indomani del crollo delle Torri Gemelle. Fu allora che il Consiglio d'Amministrazione, con il benestare beatamente distratto della proprietà, decise che i vecchi direttori vecchio stampo, colpevoli di conoscere di persona le famiglie e le botteghe, andavano rottamati. Spazio dunque a manager esterni illuminati, figure mitologiche dedite più ai giochi di prestigio dei derivati che non all'antico mestiere di erogare credito. Il risultato di quella rincorsa alla modernità fu uno tsunami contabile da antologia che costò all'istituto un bagno di sangue epocale, traducendosi nel dover restituire un centinaio di miliardi di vecchie lire ai clienti rimasti incastrati in contratti speculativi spacciati per miracolosi paracadute finanziari.
In questo vorticoso luna park di debiti e crediti deteriorati, brilla la stella del professor Nicola Mattoscio, storico e inossidabile dominus della Fondazione Pescarabruzzo. Mentre la Caripe boccheggiava disperatamente in cerca di un po' d'ossigeno e di un vero sostegno patrimoniale, la Fondazione si dilettava a muovere milioni di euro lungo le autostrade della New Economy e su rotte che molti osservatori maligni hanno visto privilegiare la corsia preferenziale di Lanciano. Anziché blindare la banca territoriale nel momento del massimo bisogno, le priorità strategiche dei nostri illuminati filantropi viravano saggiamente sul mattone d'alta cultura. Ne è nato così l'acquisto milionario, nel 2013, dell’ex palazzo del Banco di Napoli, prontamente riconvertito nel sontuoso Imago Museo. Un'operazione magnificata come un sublime dono culturale alla cittadinanza per ospitare la collezione nata dalla generosità di Venceslao Di Persio, storico ex proprietario dell'Hotel Carlton, ma che ai maligni correntisti è parsa come il più classico gioco delle tre carte: si compravano splendidi palazzi d'arte mentre la cassa forte del risparmio locale veniva svuotata per preparare la banca al definitivo e tragicomico passaggio al gruppo della Banca Popolare di Bari. Un errore strategico da manuale, amplificato dalla famiglia Jacobini attraverso un management ipertrofico che ha tentato di curare i propri squilibri inghiottendo un istituto già malato, col brillante risultato di affossarli entrambi in un colpo solo.
Nessuno sembra voler più disturbare la memoria su un altro micidiale incrocio tra il credito pescarese e il collasso delle istituzioni cittadine: la nefasta presenza del dottor Dario Mancini, il cui nome resta indissolubilmente legato al fallimento della Pescara Calcio nel 2008. Le inchieste misero a nudo i vasi comunicanti tra la banca e il club biancazzurro, costringendo la Caripe a restituire alla curatela fallimentare quasi 1,9 milioni di euro per aver giocato un ruolo decisamente spericolato nelle manovre societarie e nelle fideiussioni di una squadra ormai al collasso. Questa totale allergia alla sana gestione si muoveva sotto la benevola regia di un asse politico-istituzionale regionale profondo e ambiguo. In Abruzzo la governance delle banche e delle fondazioni è sempre stata una faccenda privata da sbrigare tra leader politici locali, come ampiamente dimostrato dalla lunga e appassionante stagione di epistole infuocate, lettere aperte e finanziamenti incrociati che hanno visto contrapposti Nicola Mattoscio e il leader politico Luciano D'Alfonso. Davanti all'aggressiva espansione di Tercas su Caripe prima, e all'invasione barese poi, la classe dirigente locale di ogni colore ha scelto la nobile via del silenzio-assenso, cullando la certezza che un polo bancario unico regionale avrebbe accresciuto il loro peso specifico nei salotti romani.
Il vero capolavoro morale resta però la protervia di questi "mammasantissima" del credito nostrano. Personaggi che si specchiavano credendosi grandi banchieri d'affari e statisti della finanza adriatica capaci di dettare legge a Roma e Bari, ma che alla prova dei fatti si sono rivelati soltanto dei meschini bancari prestati a giochi infinitamente più grandi di loro, uniti da una totale incapacità di valutare il rischio e da una spiccata propensione a compiacere logiche di consorteria politica. Quando sono emersi i buchi di bilancio e la Banca d'Italia ha dovuto disporre i commissariamenti per gravi irregolarità, la politica e gli enti locali si sono trincerati dietro un formalismo sterile e audizioni parlamentari tardive. A pagare il conto, sia chiaro, non sono stati i responsabili: sebbene la giustizia penale abbia fatto il suo corso con la condanna in primo grado di Antonio Di Matteo a 4 anni e 7 mesi per il crac Tercas nel 2021, sotto il profilo economico nessuno dei grandi manager della vicenda ci ha rimesso un solo euro del proprio patrimonio personale, preventivamente e sapientemente blindato dietro la ragnatela di trust, schermi societari e scudi patrimoniali. A terra sono rimaste migliaia di famiglie di piccoli risparmiatori. Cittadini comuni, pensionati e artigiani, illusi dalle presunte capacità professionali di questi signori in giacca e cravatta, che spinti allo sportello da dipendenti a loro volta pressati da budget impossibili hanno visto i sudati risparmi di una vita investiti in azioni e obbligazioni subordinate trasformatesi, da un giorno all'altro, in ottima carta straccia.
Ed è proprio qui che il genio della finanza adriatica compie il suo miracolo urbanistico e metafisico. Oggi il pescarese impoverito, mentre cammina con le tasche alleggerite e il portafoglio ridotto al silenzio, può sempre consolarsi varcando la soglia dell'Imago Museum. È un’esperienza mistica: ci si ritrova a passeggiare in sale magnifiche, silenziose e rigorosamente vuote, dove l'unica cosa che echeggia è il riverbero dei propri passi sul pavimento lucido. Il contrasto è poeticamente perfetto. Alle pareti splendono i colori vividi dei quadri acquistati con il mecenatismo d'ordinanza; nei portafogli dei vecchi risparmiatori Caripe, invece, domina il monocromo grigio delle azioni azzerate. C'è una sottile, sublime ironia in tutto questo: i grandi ex banchieri non sono riusciti a salvare i conti correnti della povera gente, ma in compenso hanno garantito ai cittadini la possibilità di ammirare il realismo spagnolo o l'impressionismo francese a pochi passi da dove un tempo sorgevano gli sportelli. Il risparmio è felicemente evaporato nei bilanci della Popolare di Bari, ma l'anima della città è salva, culturalmente elevata e rigorosamente al verde. In fondo, cosa vuoi che sia la perdita della liquidazione di una vita o del fondo per il mutuo dei figli, davanti al privilegio di poter contemplare una tela d'autore circondati dal vuoto assoluto dei propri conti? Resta un'ultima, flebile speranza: i fantomatici rimborsi statali promessi dai vari governi. Pratiche che si muovono a una velocità talmente surreale da far sorgere un dubbio legittimo: molto probabilmente, l'ex correntista Caripe farà in tempo a veder esposta al museo l'opera d'arte definitiva, ovvero la mummificazione burocratica del proprio risarcimento, rigorosamente catalogata prima che lo Stato si decida a staccare l'assegno.