Sono nato a Pescara nel 1940, quando le bombe squarciavano l'orizzonte e il mondo intero cercava una ragione per ricominciare a respirare. Nel 1948, un bambino di otto anni scopriva che la felicità poteva avere la forma sferica di un cuoio ricucito a mano, pesante di pioggia e di speranza. Da quel momento, il calcio non è stato un passatempo; è stato il mio alfabeto, la mia bussola, il mio modo di leggere la storia degli uomini.
Dal 1964 ho tradotto questo mistero pagano in parole, prima come giornalista professionista per le grandi testate nazionali ed estere, poi governando le onde radiofoniche e i teleschermi delle emittenti locali, e infine fissando la memoria in decine di volumi. Ho respirato l’erba umida d’Oltremanica, là dove il calcio era nato come atto di fede comunitaria e rito collettivo, un’epica operaia dove il sudore del sabato lavava la fatica della fabbrica.
Oggi, a metà degli anni Duemila, guardo questo spettacolo e non vi riconosco nulla. Questo calcio non mi appartiene. Non può appartenermi. E la ragione non risiede nella nostalgia sterile di chi invecchia, ma in una mutazione genetica che ha trasformato un'arte popolare in un algoritmo finanziario.
Il calcio degli anni Quaranta e Cinquanta era un fatto identitario. La squadra era lo specchio della città: i calciatori camminavano sulle stesse strade dei tifosi, compravano il pane nello stesso forno, ne condividevano le miserie e i riscatti. C’era una sacralità laica nel rito della domenica pomeriggio. Il fischio d’inizio alle quindici non era un’esigenza televisiva, ma una coordinata dell'anima.
Oggi, i club non sono più istituzioni sociali ancorate al territorio, ma asset nei portafogli di fondi d'investimento speculativi e multinazionali straniere. I presidenti non sono più i mecenati locali, talvolta burberi ma innamorati della propria terra; sono manager senza volto che leggono bilanci a diecimila chilometri di distanza. Lo stadio, che un tempo era la cattedrale del popolo dove l’operaio sedeva accanto al professionista, è diventato un salotto d'affari esclusivo. I prezzi dei biglietti sono una barriera di classe che ha espulso i giovani e le famiglie, sostituendo il ruggito viscerale delle curve con il brusio composto di clienti paganti.
Chi ha vissuto il calcio romantico ricorda l'attesa. La settimana era una quaresima laica che culminava nella domenica. C’era la radio, c’era la voce gracchiante che portava il miracolo da un campo lontano, c’era l’odore della carta stampata del lunedì mattina.
Il calcio di oggi ha abolito il tempo dell'attesa. È diventato uno "spezzatino" perpetuo, un flusso continuo e ossessivo che satura i giorni della settimana. Si gioca a mezzogiorno, di lunedì, di giovedì, a qualsiasi ora, non per il pubblico sugli spalti, ma per l'utente globale davanti a uno schermo. Per seguire la propria squadra non basta più la fedeltà; serve un mosaico di abbonamenti a piattaforme streaming, un pedaggio continuo da pagare a oligopoli privati che considerano il tifoso non un custode della tradizione, ma un consumatore da spremere. Finanche le finali delle coppe nazionali vengono deportate nei deserti d'Oriente, vendute al miglior offerente, sradicando il gioco dalla sua geografia sentimentale.
Un tempo esistevano le bandiere. Uomini che legavano il proprio nome a una maglia per una vita intera, diventando simboli immortali di una comunità. C’era un patto d’onore non scritto tra il calciatore e la sua gente.
Oggi quel patto è carta straccia. I calciatori sono aziende individuali, brand ambulanti gestiti da agenti onnipotenti che orchestrano trasferimenti miliardari a ogni sessione di mercato. La maglia non è più una seconda pelle, ma un abito da lavoro temporaneo, dismesso non appena un ingaggio più alto bussa alla porta. Questo nomadismo mercenario ha ucciso l'empatia. È impossibile innamorarsi di un calciatore se sai che domani bacerà lo stemma di un’altra squadra per qualche milione in più.
Nello stesso momento in cui l'alto livello si trasforma in questo circo dorato, la base muore. I campi di periferia si desertificano, i vivai vengono ignorati per fare spazio a mercati esteri più redditizi, e quel calcio spontaneo che nasceva nei vicoli e nelle piazze è stato imbrigliato in scuole calcio a pagamento, dove l'istinto viene sacrificato sull'altare della tattica precoce.
Chi ha avuto il privilegio di vedere il calcio quando era ancora poesia del fango, non può accettare la prosa algida di questo business globale. Lasciamo volentieri agli schermi ad alta definizione la loro fredda perfezione sintetica. Noi custodiamo il ricordo di un pallone pesante, di un radiocronista che urla in un microfono d'acciaio e di un calcio che, prima di diventare industria, è stato la colonna sonora della nostra vita.