DANTE CAPALDI: L'AMICO DI UNA VITA

IL COLLEGA DI MILLE VOLÉE

Nel cuore dell’Abruzzo, dove le parole pesano come la pietra delle montagne e i legami si forgiano per non spezzarsi più, esiste una storia di carta, di terra battuta, di calcio e di assoluta complicità. Era il 1961, un’Aquila vibrante e fiera faceva da sfondo ai passi incerti ma entusiasti di due giovani coetanei. Io muovevo i primi passi nella redazione del Messaggero; lui, Dante, prestava già la sua penna acuta e precisa al Tempo e al Corriere dello Sport, forte di un'esperienza che, pur nella giovinezza, lo rendeva già un punto di riferimento.

Cercai un pretesto per avvicinarlo, una scusa che solo la nobile arte del giornalismo poteva offrire: gli chiesi di giudicare i miei primi articoli. In quel gesto non vi era solo il timore del debuttante, ma l’intuizione profonda di trovarsi di fronte a un vero maestro di vita e di professione. Dante lesse, sollevò lo sguardo e pronunciò parole che cambiarono il mio destino: «Hai talento, dedicati al giornalismo». Quella non fu solo un'investitura professionale, ma l'incipit di una sinfonia chiamata amicizia, un patto silenzioso che dura immutato, passo dopo passo, da 65 anni.

Il nostro legame ha attraversato i decenni, unendo il rigore della cronaca alla leggerezza della vita vissuta. Insieme abbiamo calcato i campi da tennis di tutta Italia nei tornei nazionali riservati ai giornalisti, trasformando l'intesa della macchina da scrivere in una perfetta geometria agonistica. Eravamo una coppia formidabile, un ingranaggio impeccabile: Dante, solido e implacabile come la sua prosa, dominava la linea di fondo campo, orchestrando il gioco con sapiente respiro; io, forte dei riflessi e dello scatto ereditati dal mio passato da portiere di calcio, presidiavo la rete, pronto a ghermire ogni palla volante con la rapidità di chi ha speso una vita a difendere una porta. Due anime, un solo saggio spartito tattico.

La nostra complicità non conosceva confini e la professione si faceva spesso pretesto per ritrovarci. Ricordo come fosse ieri quando, durante i miei servizi da inviato speciale del Messaggero, lo ebbi graditissimo ospite a Pievepelago, sull’Appennino tosco-emiliano, dove la Lazio si trovava in ritiro estivo. Ebbi il privilegio di introdurlo a una vera leggenda del calcio, l'allenatore argentino Juan Carlos Lorenzo. In quell'incontro, dove il profumo dell'erba si mescolava all'odore delle rotative, Dante gli parlò con passione e competenza visionaria di un roccioso difensore dell'Aquila Calcio: Pietro Fontana. Fu un'intuizione fulminante. Grazie a quel dialogo nato dalla nostra amicizia, la Lazio acquistò il giocatore, segnando per sempre la storia di quel ragazzo e del calcio italiano.

La colleganza si è poi fatta eredità, legando i nostri destini anche nelle generazioni future. Quando a Pescara fondai il settimanale 7Giorni7, fu per me un onore immenso accogliere e battezzare i primi servizi di suo figlio, Aurelio Capaldi, oggi affermato e stimato volto del giornalismo Rai. Un passaggio di testimone naturale, nato sotto il segno di quella stessa passione che aveva unito suo padre e me in quel lontano 1961.

Il cerchio di questa fratellanza si è chiuso nel modo più nobile quando, nella mia veste di editore della casa editrice APE, ho avuto l'orgoglio di pubblicare e curare diversi suoi volumi di straordinario successo. Insieme abbiamo dato vita a pagine indelebili dedicate alla memoria, alla storia locale, all'evoluzione radiotelevisiva abruzzese e alle grandi epopee dello sport aquilano. Vedere impresse sui libri APE le sue opere più intime e appassionate — tra cui capolavori come "Il Nastro dei Ricordi", la suggestiva cronaca de "La storia delle radio e televisioni all'Aquila e… Dintorni", i preziosi affreschi calcistici come "Il Grande Sogno" e la stessa, memorabile "La Storia di Pietro Fontana", nata proprio dal nostro storico incontro a Pievepelago — è stato come mettere al sicuro su carta un pezzo della nostra stessa anima.  

Esaltare oggi questo legame significa celebrare un’epoca d'oro, dove il giornalismo era anzitutto rispetto, dignità e fratellanza. Dante Capaldi non è solo la firma storica che l'Abruzzo intero onora, ma è il custode di un tempo condiviso, il compagno di volée, di libri e di vita, l'amico eterno con cui, ancora oggi, è meraviglioso guardarsi negli occhi e ringraziare il destino per questo splendido cammino compiuto insieme.