LA TELA E LA PENNA: VITTORIO ED IO
CRONACA DI UN MIRACOLO IN MARE
Il sole di giugno picchiava duro sulla vetroresina del Martinica, un quattordici metri a motore tipo Fly bridge che fendeva l'Adriatico con un ritmo regolare e rassicurante. Eravamo a metà strada tra Pescara e Termoli.
Vittorio Di Boscio ed io ci conosciamo da diversi anni. Lui, pittore e scenografo di professione, ma marinaio nell'anima, teneva le mani salde sul timone, lo sguardo fisso sull'orizzonte azzurro. Io, dopo una vita passata come giornalista sportivo a rincorrere cronache, tempi e campioni, mi godevo il silenzio della navigazione, pensando alla trama del mio prossimo romanzo mentre Maggie si era accucciata ai pedi del suo amico skipper. Non sapevo ancora che la trama migliore ce l'avrebbe regalata il mare da lì a pochi minuti.
“Vittorio, rallenta. Mi tuffo a fare un giro e a rinfrescarmi, si muore di caldo”, dissi, già con la maschera in mano.
Lui fece un cenno d'assenso con il capo, portando i motori al minimo. Il Martinica si adagiò sulle onde.
L'impatto con l'acqua fu una benedizione. Sotto di me, il blu dell'Adriatico si apriva limpido, interrotto solo dai giochi di luce che penetravano la superficie. Nuotai verso il fondo, spingendomi qualche metro giù in apnea. Fu allora che la vidi.
Adagiata sul fondale sabbioso, c'era l'ombra di un'antica tragedia del mare: i resti di una barca di cui ormai rimanevano solo pochi legni fradici, consumati dal tempo e dalle correnti. Ma a catturare la mia attenzione fu un dettaglio insolito. Sporgente da una grande trave di legno, quasi intrappolata in un abbraccio secolare, mi parve di scorgere la sagoma inconfondibile di una testa di donna.
Riemersi d'un colpo, ansimando, e mi aggrappai alla scaletta del Martinica.
“Vittorio! C'è qualcosa laggiù. Un relitto. E mi è sembrato di vedere una testa di donna, una statua!”
Vittorio non se lo fece ripetere due volte. Da marinaio esperto qual era, mantenne la calma ma i suoi occhi da artista si accesero di curiosità. In pochi minuti infilò la muta, si caricò le bombole sulle spalle, controllò l'erogatore e si lasciò scivolare in acqua.
Dalla superficie potevo vedere la scia delle sue bolle e la sua sagoma scura che lavorava metodicamente sul fondo. Passò un tempo che mi parve infinito. Vittorio usò tutta la sua destrezza per liberare il reperto dalle incrostazioni e dal legno marcio senza danneggiarlo. Quando riemerse, sputò l'erogatore e gridò: “Hai visto bene! È una figura femminile. È incredibile”.
Risalimmo sul Fly Bridge e accendemmo subito la radio per contattare la Capitaneria di Porto, comunicando via radio le coordinate esatte del punto di immersione. La fortuna volle che una motovedetta fosse già in pattugliamento non troppo distante.
Quando ci raggiunsero, i militari organizzarono il recupero con professionalità. Sotto la supervisione del comandante, l'intera statua venne delicatamente sollevata dal fondo e portata a bordo. Quando l’adagiarono sul ponte, restammo tutti senza fiato: era una scultura bellissima, dalle forme sinuose e classiche.
“A nostro parere... è una rappresentazione di Venere”, sussurrai a Vittorio, mentre l'acqua marina scivolava via dal marmo antico, rivelando dettagli di straordinaria fattura.
Il comandante della Capitaneria, impressionato dal ritrovamento e dalla precisione della nostra segnalazione, prese un taccuino. Ci guardò con profondo rispetto: “Signori, ho bisogno dei vostri nominativi. Avete fatto tutto secondo le regole. La legge parla chiaro: avrete sicuramente diritto a un premio in denaro o, quanto meno, a un alto riconoscimento ufficiale per questo ritrovamento”.
Mentre i militari mettevano in sicurezza la Venere, Vittorio aveva già tirato fuori la macchina fotografica. Cominciò a scattare da ogni angolazione, studiando il modo in cui la luce del sole accarezzava quel volto antico strappato all'abisso.
«Il premio mi fa piacere», mi disse Vittorio con un sorriso complice, mentre il Martinica riprendeva la rotta verso le Tremiti, «ma il mio vero premio sarà un altro. Mi metto subito al lavoro: voglio fare un dipinto di quella figura. Sarà la Venere del Martinica».
Sorrisi, guardando il mare che si richiudeva dietro di noi. Avevo promesso al mio editore un nuovo libro entro l'anno; non sapevo ancora come sarebbe iniziato, ma ora sapevo esattamente come sarebbe andato a finire.
Intanto la curiosità aveva il sopravvento su di me e chiesi a Vittorio come immaginava di realizzare il dipinto.
“Ce l’ho ben chiaro in mente. Al centro del foglio: La silhouette della Venere, di tre quarti emersa dall'acqua fino al petto. Il marmo bagnato riflette la luce del tramonto, rendendo la pietra viva, quasi fosse pelle. I capelli mossi scolpiti che sembrano fondersi con le onde dell'Adriatico, e un'espressione serena, imperturbabile, nonostante i secoli passati sul fondo.
In primo piano: Le mani forti dei marinai della Capitaneria e le cinghie di canapa scura che fasciano delicatamente il busto della statua, creando un contrasto netto tra la forza bruta del recupero e la fragile bellezza dell'opera.
Sullo sfondo: Il profilo inconfondibile e geometrico del Fly Bridge del Martinica, con le antenne radio e il roll-bar che tagliano il cielo. Sullo sfondo, all'orizzonte, accenno con pochi tratti veloci e sfumati le scogliere calcaree delle isole Tremiti.”
Sorrisi soddisfatto, il suo dipinto era già costruito nella sua mente ed io, cominciai già a pensare a come strutturare il mio romanzo sulla Venere del Martinica.