PIZZICHI E MOZZICHI: ARMANDO FOSCHI

il legionario di piazza salotto e l’ardore di una P escara dannunziana

Se c’è un filo rosso che unisce l’intera traiettoria politica di Armando Foschi a Pescara, quel filo non è fatto solo di delibere, mozioni o numeri consiliari. È fatto di visioni e di un temperamento indomito. Per chi ne ha seguito i passi fin da giovane, la cifra stilistica del suo impegno risiede in una radice identitaria profonda e in una rara audacia. Quella stessa fermezza che molti pescaresi ricordano quando, durante le manifestazioni paracadutistiche in città, lo vedevano lanciarsi con coraggio nel vuoto per poi atterrare millimetricamente al centro di Piazza Salotto, Foschi l’ha trasferita intatta nell’arena politica. Un'inquietudine ideale che guarda costantemente a un faro preciso della nostra storia: Gabriele D’Annunzio. Per Foschi, il Vate non è mai stato un semplice monumento da celebrare nelle ricorrenze istituzionali, ma un modello archetipico di azione, un ponte ideale tra l'estetica del gesto e la concretezza del fare. Ma attenzione a non fraintendere: il D'Annunzio di Foschi non è quello letterario della Pioggia nel pineto o delle Novelle della Pescara. Il suo mito è il D’Annunzio soldato e visionario, l'uomo dell'Impresa di Fiume; quel leader carismatico che fu capace di fondare la Reggenza del Carnaro e che, con il suo magnetismo rivoluzionario, fece così tanta paura allo stesso Benito Mussolini da spingere il Duce a "confinarlo", seppur con i massimi onori, nell'esilio dorato del Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera. Questa devozione si traduce in un concetto che Foschi ha difeso in ogni stagione: la rivendicazione della memoria storica come asse portante della Pescara moderna. Lo si è visto quando ha alzato i toni contro le amministrazioni ree di aver "dimenticato" l’anniversario della storica fusione del 1927 tra Castellammare Adriatico e Pescara, nata proprio dall'impulso del Vate. Ma il suo "spirito fiumano" non si ferma ai confini abruzzesi. Quando ad aprile 2023 gli attivisti di Casa Bettola a Reggio Emilia compirono un'azione dimostrativa, sostituendo provocatoriamente la targa di via D'Annunzio con quella del poeta sloveno Srečko Kosovel, Foschi – allora consigliere comunale della Lega – non esitò a intervenire pubblicamente a livello nazionale per difendere l'onore del Vate, respingendo i tentativi di fazione di sminuire il valore della più grande figura della nostra terra. Questo slancio, quasi legionario, Foschi lo ha portato quotidianamente sulla strada. Le sue storiche battaglie per la sicurezza e la legalità, i blitz contro lo spaccio e l'abusivismo commerciale a Largo Madonna o nella zona dei Colli, così come la sua lotta senza quartiere contro la criminalità e i gestori di locali che non rispettano le regole, sono espressione di un'idea di città ordinata, fiera e sicura. Una militanza senza sconti che lo ha reso spesso bersaglio dei settori più radicali. Quando sui muri di Pescara apparve l'infame scritta oltraggiosa "Più Foibe, Meno Fasci", Foschi non arretrò di un millimetro, affrontando l'episodio con la consueta fermezza e affidando alla cronaca parole cariche di sgomento e dignità: «Personalmente mi sento indignato e offeso, pieno di sgomento, per una scritta tanto oltraggiosa, irriverente che denota una totale assenza di sensibilità e rispetto verso le grandi tragedie della nostra storia, come le Foibe e l’Olocausto... Sicuramente i sentimenti di violenza espressi in quella scritta e in quel disegno non aiutano l’Italia, né tantomeno Pescara». Un attacco vile su cui si accese prontamente l'attenzione della Digos, ma che confermò, ancora una volta, la caratura dell'uomo di fronte alle provocazioni. Che si trattasse di combattere il degrado nei quartieri o di opporsi ai compromessi politici della macchina amministrativa, l'obiettivo di Armando Foschi è sempre stato lo stesso: preservare il tessuto profondo di una Pescara orgogliosa, che non dimentica il proprio passato mentre costruisce il proprio domani. Nelle pagine della storia politica locale, la sua figura resta lo specchio di una destra romantica, coraggiosa e battagliera: una vita vissuta con la passione dei legionari di ieri e l'orgoglio dei pescaresi di oggi.

La parabola politica di Armando Foschi offre una chiave di lettura profonda sulla natura della militanza territoriale nell'era della disintermediazione e dei partiti liquidi. In un panorama contemporaneo dominato da leadership volatili, algoritmi e consensi virtuali, la figura di Foschi rappresenta la resistenza di un modello politico organico e comunitario. Il suo legame con il mito fiumano e d'annunziano non si esaurisce in una nostalgica operazione di facciata, ma si fa prassi quotidiana: è l'idea della politica come "corpo a corpo" con la realtà, dove il territorio non è un bacino elettorale da amministrare, ma una comunità di destino da difendere.

La sua critica radicale alle designazioni "calate dall'alto" e il suo richiamo alla meritocrazia dei quartieri svelano un'acuta comprensione della crisi dei corpi intermedi. Foschi intuisce che la legittimità politica non si acquisisce per cooptazione o per notorietà mediatica, ma si misura sulla capacità di interpretare le fratture sociali della propria terra. Il parallelismo tra il paracadutista che domina il vuoto per atterrare al centro della sua città e l'amministratore che affronta le tempeste giudiziarie e ideologiche a testa alta evoca una virtù politica quasi aristocratica, intesa come coraggio del primato e senso del dovere. In ultima analisi, la sua traiettoria dimostra come il radicamento locale, quando è sorretto da una solida visione ideale e storica, cessi di essere mero municipalismo per farsi alto esempio di dignità istituzionale e coerenza ideale.