L'Impronta Invincibile e il Viaggio del Cuore

Il tempo ha il passo metodico e spietato di chi accumula anni sui calendari, eppure la carne e lo spirito non obbediscono mai alle stesse leggi. Mentre il corpo si fa scrigno di memorie e di linee sul volto, l’anima si muove su un’orbita immutabile, immune al logorio del mondo. Il cuore non invecchia mai; non conosce la polvere dei decenni, né sperimenta il tramonto delle proprie facoltà più pure.

La verità più profonda che ho imparato lungo la via è che non si smette mai di amare. La capacità di meravigliarsi, di tremare di fronte al mistero di un altro essere umano, è una sorgente sotterranea: può essere sepolta dalle macerie delle delusioni più atroci, ma continua a scorrere, invisibile e intatta, aspettando solo una crepa nella roccia per tornare a fiorire.

Prima di ogni inverno, prima di ogni doloroso distacco, ci sono stati i giorni dell'estasi assoluta. E in quei giorni, al centro di quella luce accecante, ci siete state voi.

Donne amate, fari nella mia tempesta personale, volti, profumi e respiri che il tempo non ha avuto il potere di sbiadire, perché rimasti mai dimenticati. Vi custodisco come tappe sacre di un pellegrinaggio necessario. Da ognuna di voi ho ricevuto il miracolo di un’estasi pura, un pezzo di cielo che ha giustificato il peso dell’esistere.

Eppure, da ognuna di voi sono dovuto ripartire. Non ho saputo fermarmi, è vero, e per molto tempo mi sono chiesto se questa mia incapacità di mettere radici non fosse una colpa o una condanna.

Oggi, guardando indietro, so che non si trattava di incostanza o di effimera vanità. Era la fame del viandante. Una sete d'infinito che non cercava di consumare l'altare, ma di inseguire la divinità in ogni sguardo incontrato. È quell’urgenza che Vincenzo Cardarelli descriveva come un "adolescente e perenne desiderio", un’inquietudine sacra che sfida l'anagrafe e trasforma i rimpianti in combustibile per il cammino.

Le delusioni subite, i passi falsi del passato e i silenzi che hanno soffocato le nostre storie non sono più catene che mi legano al rimpianto. Sono diventati cicatrici dorate, simili a quelle della tecnica giapponese del kintsugi: fenditure che non nascondono la rottura, ma la celebrano, testimoniando che ho avuto il coraggio immenso di vivere e rischiare appieno.

Per questo motivo, l'amore non possiede un passaporto anagrafico. La terza e la quarta età non rappresentano la stagione della resa o del nostalgico bilancio, bensì il tempo di una libertà nuova, distillata e purificata dalle scorie dell'ego.

 Come il grande Johann Wolfgang von Goethe, che nella sua tarda maturità seppe cantare l'amore con la stessa identica, devastante freschezza dei vent'anni nell' Elegia di Marienbad, così il cuore d'argento dimostra che il desiderio non muore con l'autunno della vita. Anzi, si fa più alto, più limpido. Quando ci si innamora tardi, non si cerca la tempesta del possesso, ma la complicità silenziosa degli sguardi, il calore simmetrico di una mano che trema nella tua, la sacralità dell'accudimento e della cura reciproca. Come l’Ulisse dantesco, che non sa interrompere la sua navigazione verso l'ignoto nonostante la vecchiaia, l'uomo che non smette di amare continua a solcare il mare dell'esistenza.

Cercare l'amore, ancora e sempre, è il più alto e nobile atto di ribellione contro il tempo e contro la morte. È la promessa sussurrata a tutte le donne del mio passato, il cui ricordo non è un'ombra che spegne il presente, ma un fuoco che lo illumina. Finché il cuore batte, ogni ferita si converte in una feritoia da cui può entrare una nuova luce. Siamo sempre pronti a ricominciare, a fiorire ancora una volta, ostinati, fragili e bellissimi, nell'eterna giovinezza del nostro instancabile desiderio.