LA LUNA E’ FATTA PER L’AMORE
(riflessioni con Di Boscio e Di Matteo)
Ci sono notti in cui il cielo non è un vuoto fondale, ma una pelle tesa, intessuta di silenzi, respiri e attese. È in queste ore, quando l’oscurità si fa densa e avvolgente, che la Luna cessa di essere un corpo celeste per farsi carne, memoria e desiderio primordiale; è nell’abbraccio della notte che si comprende, con l’estasi di una rivelazione, che la Luna è fatta per l’amore.
Questa verità non appartiene alla ragione, ma ai sensi e allo spirito: l’amore e la Luna condividono lo stesso magnetismo segreto che muove le maree della terra e quelle del sangue. Entrambi vivono di riflessi, di feconda oscurità, ed entrambi culminano in quella pienezza che unisce i corpi per dissolverli nell’infinito. Questa sapienza antica, quasi sciamanica – che evoca il platonico mito dell’androgino nel Simposio, dove l'amore è la forza gravitazionale che spinge i corpi lacerati a ricercare l'unità perduta sotto l'occhio degli dei – l’ho appresa frequentando lo sguardo e le mani di due maestri, due navigatori del visibile e dell’invisibile: Vittorio Di Boscio e Domenico Di Matteo. Fatti l’uno di spazio e di gravità drammatica, l’altro di trasparenze e di vento.
Frequentando Vittorio Di Boscio, ho compreso come la Luna sappia farsi l’architettura erotica dell’anima, il tempio in cui la carne si consacra alla notte
. Nella sua sensibilità di pittore e scenografo, lo spazio non è mai inerte, ma vibra come un corpo che attende di essere posseduto. Di Boscio sa che l’amore ha bisogno dell’ombra per osare; ha bisogno di quel contrasto netto, violento e bellissimo tra la luce d’argento e l’oscurità profonda per rivelare la sensualità dei contorni e il mistero dei corpi allacciati.
La sua Luna evoca la carne spiritualizzata di Gabriele d’Annunzio, l’estasi panica in cui l’uomo e la donna si fondono con la natura notturna, diventando essi stessi selva, fiume e astro. Vi risuona l'eco dell'Isottèo, dove la luna arcaica «versa il suo pallore» sulle complicità degli amanti, o la sensualità carnale della Chimera. Nelle quinte ideali dei suoi pensieri, Di Boscio mi ha insegnato che la Luna è il faro del desiderio: una luce che squarcia il velo della finzione diurna – quella che Arthur Schopenhauer definirebbe il "Velo di Maya" – e proietta gli amanti su un palcoscenico d’assoluto, dove ogni tocco è eterno e ogni respiro è amplificato dal silenzio del cosmo.
Accanto a Domenico Di Matteo, invece, quella stessa sensualità si è spogliata del dramma per farsi misticismo puro, fusione liquida dei corpi nell’infinito. Nell’arte sottile e fluida dell’acquarellista, la materia perde ogni rigidità: i confini tra l’io e l’altro si dissolvono, proprio come l’acqua e il pigmento si sposano sulla carta. Ritroviamo qui la dissolvenza romantica del Sehnsucht, lo struggimento lirico che trasforma il desiderio in assoluto.
Di Matteo accarezza la tela come l’amante accarezza la pelle nell’oscurità, lasciando che il sentimento fluisca senza argini. Attraverso i suoi occhi, ho respirato il misticismo sensuale di
San Giovanni della Croce, la Notte oscura dell'anima che si trasforma in un abbraccio divino e carnale, dove lo smarrimento dei sensi diventa la sola via per l'unione suprema. O ancora, le visioni di Novalis nei suoi Inni alla notte, in cui la notte è celebrata come la madre dell’amore, il grembo sacro dove i corpi si uniscono per superare il limite della morte e del tempo. Per Di Matteo, la Luna è fatta per l’amore perché è l’archetipo dell’abbandono estatico: un velo liquido che avvolge gli amanti, trasformando il loro amplesso in una preghiera silenziosa, dove la carne diventa spirito e lo spirito si fa carne, uniti in una sola inafferrabile sfumatura. Questa liquefazione dell'essere ricorda i versi d'amore di Charles Baudelaire in Tristezze della luna, dove l'astro si abbandona a languidi sogni, lasciando cadere sulla terra una lacrima furtiva che il poeta raccoglie nel cuore.
Così, teso tra il rigore plastico della scena e la fluidità sacrale del pigmento, ho compreso il segreto profondo della notte. La Luna attrae i corpi e le anime non per un capriccio del cosmo, ma per una necessità sacra: essa è lo specchio dell'estasi, il testimone muto di quel momento in cui due divengono uno, smarrendo se stessi per ritrovarsi nell'immensità. L'amore lunare è questo sacro mistero: una promessa d'argento che si consuma nel silenzio, dove l'oscurità non serve a nascondere, ma a rivelare la divinità nascosta nei nostri corpi. Finché ci saranno artisti capaci di tradurre il respiro in colore e lo spazio in carne, la Luna continuerà a sorgere, custode eterna e sensuale di chi impara a morire d'amore per rinascere nella notte.