Il teatrino del lunedì: se la politica è un derby e la tv è un consiglio comunale
(Nella foto Luigi il giorno del matrimonio con Letizia)
A Pescara, si sa, la politica e il calcio condividono la stessa identica claque, lo stesso tasso di colesterolo da ansia da prestazione e, soprattutto, lo stesso identico parterre. Ma nessuno incarna questa transustanziazione meglio di Luigi Albore Mascia. Già Sindaco, eterno demiurgo del centrodestra adriatico, avvocato di fine intelletto e oggi arbitro d’eleganza istituzionale nella transizione verso la Nuova Pescara. Eppure, il lunedì sera, smessi i panni della diplomazia forense, il Nostro si accomoda nei salotti di TV6 nelle vesti di opinionista sportivo di punta. Ed è lì che il cortocircuito si fa arte.
C’è una grammatica nascosta che Albore Mascia ha decodificato prima di altri. Seguire le sue analisi calcistiche significa assistere a un Consiglio Comunale applicato al rettangolo verde. Se il Pescara Calcio subisce un gol su palla inattiva, la colpa non è mai di una diagonale difensiva sbagliata; è, semmai, «una palese carenza di programmazione strategica della linea arretrata, ascrivibile a una cattiva gestione dei flussi di marcatura»
Viceversa, anni di dibattito d'aula lo hanno addestrato a trattare la politica cittadina come un campionato di Serie C: le mozioni delle opposizioni diventano «interventi fallosi a gamba tesa da sanzionare col cartellino rosso», e un accordo di coalizione all'ultimo minuto non è altro che «un gol di rapina in pieno recupero, grazie a uno schema provato in allenamento». In questo splendido sincretismo, la delibera diventa un assist e il rimpasto di giunta un cambio tattico per far rifiatare il centrocampo.
Resta da sciogliere il nodo cruciale, un dilemma degno delle migliori pagine di satira sociologica: è la politica che aiuta Albore Mascia in TV, o è la TV che lo tiene a galla in politica?
La risposta è un gioco di specchi. In televisione, lo status di ex Primo Cittadino gli conferisce quell’autorevolezza ecumenica che trasforma un banale commento su un fuorigioco in una sentenza della Corte Costituzionale. Il telespettatore medio non vede solo un opinionista: vede l'Istituzione che dà un giudizio sul terzino sinistro.
Di contro, nelle urne, quel faccione rassicurante e telegenico che entra ogni settimana nelle case degli abruzzesi sposta più preferenze di tre congressi di partito messi insieme. La politica locale, in fondo, si nutre di vicinanza; e cosa c’è di più vicino di un uomo che soffre con te per i destini del Delfino il lunedì sera? La TV lo preserva dall'usura del tempo politico, e la politica gli garantisce la prima fila sul palcoscenico mediatico. Un moto perpetuo di autopromozione involontaria.
Ma la satira, per essere d'alto livello, deve scavare nelle fondamenta del mito. Oggi lo vediamo muoversi con la disinvoltura di un anchor-man navigato, ma l'archeologia della sua epopea politica ci ricorda che il successo di Luigi Albore Mascia affonda le radici in una straordinaria operazione di marketing relazionale primordiale. Nei suoi primi anni di militanza, quando i social network erano ancora di là da venire e i voti si contavano con la matita copiativa, la leggenda narra di una figura leggendaria: la mamma.
Una splendida, instancabile cacciatrice di consensi. Mentre i partiti tradizionali si perdevano in fumosi comitati centrali, lei applicava una dottrina rigidamente statunitense: il canvassing porta a porta. Con il sorriso delle grandi occasioni e la determinazione di un Marine, batteva i pianerottoli pescaresi, convertendo condomini scettici e vicini di casa alla causa del talentuoso figliolo. Un’efficacia predatoria che avrebbe fatto invidia ai comitati elettorali di Barack Obama. Luigi ci metteva la faccia (e la cravatta), ma dietro le quinte c'era una macchina da guerra affettiva che arava il territorio isolato dopo isolato.
Se oggi Albore Mascia può pontificare su TV6 o presiedere commissioni costituenti, lo deve a quella formidabile scuola di realismo politico in cui il primo "calciomercato" si faceva sul pianerottolo di casa. Chissà se, guardando una partita storta del Pescara, il nostro opinionista non pensi mai che, per risolvere i problemi della difesa, basterebbe mandare qualcuno a fare un po' di sano "porta a porta" nell'area di rigore avversaria.