CRONACA DI UN AMORE NECESSARIO
La luce sul lungomare di Pescara, a quest’ora della sera, ha lo stesso colore del metallo freddo. Ho lasciato che lo sguardo si perdesse oltre i vetri dello studio, dove l’Adriatico respira con un ritmo lento, una marea pigra che morde la sabbia scura della riva, quasi volesse cancellare le impronte dei bagnanti ormai andati via. Ho passato la giornata in redazione a consumare le suole e a guardare le agenzie di stampa. Un altro nome. Un'altra donna cancellata dalla furia cieca di chi pretendeva di possederla. Da giornalista di vecchia scuola so che la cronaca ha bisogno di fatti, cifre, freddezza. Ma stasera la penna si rifiuta di essere neutrale. Davanti al sangue innocente che macchia le nostre strade, il dovere di informare deve farsi canto di ribellione. Non si può scrivere di donne solo per contarne le assenze. Bisogna scriverne per celebrarne la presenza, per gridare quanto sia sacro quel mistero che l'uomo, nella sua miseria, tenta brutalmente di recintare.
Per me, che ho sempre amato le belle donne e la linea infinita dell'orizzonte, l'universo femminile è come questo mare: mutevole, profondo, indomabile. La donna abita la vita cambiando veste con la stessa naturalezza con cui l’acqua cambia colore sotto il sole d'Abruzzo, e in ogni sua forma rimane l'unico vero argine contro il vuoto.
C'è la donna che accende la notte, la splendida amante. È la forza tellurica che i poeti antichi come Saffo sentivano scorrere sotto la pelle, un vento di tempesta che scuote le querce e incendia i sensi. In questa veste, la donna è pura libertà che non si sottomette a nessun giogo; è un idolo di carne che sceglie il proprio destino. Chi pensa di possedere l'amante non ha capito nulla: davanti a lei si può solo tremare di gratitudine per il dono del suo desiderio, una marea pulita che lava l'anima dalle scorie della routine quotidiana.
Poi la tempesta si fa orizzonte, e la donna diventa sposa. Ma non nel senso stretto di un contratto o di un dovere domestico. Diventa la compagna di viaggio cantata dal nostro fiero conterraneo Gabriele D'Annunzio, o la Beatrice di Dante che cammina dispensando una grazia capace di ridestare i cuori addormentati dal cinismo. La sposa è l'architettura di un porto sicuro. È quell'àncora solida che non stringe il fondo per imprigionare la nave, ma le permette di resistere alle mareggiate più dure della vita. Nella sposa, l'uomo che ha combattuto tutto il giorno trova finalmente la sua tregua, il luogo in cui deporre le armi dell'orgoglio.
E ancora, quella stessa donna si china sul mondo con la solennità e la dolcezza della madre. Qui il pensiero si fa silenzio e devozione filiale, specchiandosi nei versi di Ungaretti che cercava gli occhi materni oltre il confine della morte. La madre impara l’arte divina non solo di generare la vita, ma di ripararla ogni giorno. Nelle sue mani ogni ferita trova una benda di pazienza, ogni pianto un argine sicuro. È il ponte biologico e spirituale che impedisce al nostro tempo di crollare nel vuoto, la custode del primo respiro della terra.
Ma la donna, per chi sa guardare la vita con gli occhi liberi di un marinaio, è il tutto. È la sintesi di ogni bellezza possibile, quell'Eterno Femminino che Goethe pose a sigillo del suo dramma cosmico: la forza spirituale che "ci trae verso l'alto", salvando l'umanità dalla sua stessa brutale cecità.
Metto l'ultimo punto fermo sulla pagina e mi alzo. Mi affaccio al balcone, lasciando che la salsedine mi schiaffeggi la faccia. Ogni volta che una donna viene spenta dalla violenza di un uomo, non si consuma solo un delitto, ma un naufragio collettivo. Si oscura una porzione di cielo, si recide una corda della melodia del mondo. Apprezzarla in ogni sua veste, difendere la sua sacra libertà — di amare, di generare, di andarsene, di essere — è l'unico modo che ci resta per rimanere umani. Chiudo gli occhi ascoltando il risucchio della risacca sulla battigia di Pescara. Solo specchiandoci nello sguardo di una donna libera possiamo sperare, una sera di queste, di guardare il mare e sentirci finalmente salvati.