Un delizioso tavolino all’aperto, la luce del mattino che accarezza i tetti, l'aroma del caffè che si fonde con il profumo dei cornetti caldi. Ai miei piedi, l'immancabile e dolcissima Maggie, sei anni di assoluta saggezza canina, osserva il viavai con la punta del naso all'insù.

Di fronte a me, due maestri dell'estetica e delle sfumature: il pittore e scenografo Vittorio Di Boscio e l'acquarellista Domenico Di Matteo.

IO: (Tossicchiando leggermente, sventolando un tovagliolo di carta) «Signori, salvate le vie respiratorie. Credo che sia appena transitato un intero reparto di profumeria d’alta gamma. O forse un’autocisterna che ha frenato bruscamente».

Vittorio Di Boscio: (Solleva lo sguardo dal suo caffè, gli occhi socchiusi da consumato uomo di teatro) «Caspita. Più che un passaggio, questa è stata un'entrata in scena a effetto con tanto di fumogeni teatrali. Peccato che l'effetto sia la cecità olfattiva del pubblico. Avete notato? Certamente un profumo di nicchia, costoso, audace... ma usato con la delicatezza di un rullo compressore».

Domenico Di Matteo: (Guarda la sua tazzina con aria malinconica) «È un vero peccato, Vittorio. L’acquerello mi ha insegnato che la bellezza vive nella trasparenza, nella velatura leggera che lascia respirare il fondo. Qui invece siamo di fronte a una colata di cemento armato d'ambra. Hanno letteralmente coperto l'odore delle brioche. Questo, lasciatemelo dire, è un crimine contro la colazione».

IO: «La cosa che mi affascina è il fraintendimento di fondo. Si confonde lo "status" con l’idrante. Cara signora, caro signore, capisco che quel flacone costi quanto un fine settimana a Parigi, ma non è che svuotandone metà sul collo si acquisisca più classe. Anzi, l'eleganza dovrebbe sussurrare, non dare schiaffi in faccia ai passanti».

Vittorio Di Boscio: «Esatto! Nella scenografia, se una luce è troppo abbagliante, acceca lo spettatore e rovina il quadro d'insieme. Il profumo dovrebbe essere un invito, un mistero da decifrare avvicinandosi, non un perimetro di sicurezza di tre metri entro cui è vietato fumare per rischio esplosione».

Domenico Di Matteo: (Sorride, indicando sotto il tavolo) «Guardate Maggie. Anche lei ha dovuto abbassare le orecchie in segno di resa. Se persino un cane, che ha milioni di recettori più di noi, guarda quella scia con aria di rimprovero, significa che abbiamo superato il livello d'allarme».

IO: (Accarezzando Maggie sulla testa) «Hai ragione, Domenico. Maggie sta chiaramente pensando che nemmeno lei, dopo una corsa nel fango, riuscirebbe a essere così persistente. La verità è che sapersi profumare è un esercizio di rispetto per il prossimo. Diventare un'arma di distruzione di massa olfattiva non fa di te una persona sofisticata, ti rende solo un distributore automatico di mal di testa a passeggio».

Vittorio Di Boscio: «Propongo un manifesto artistico da appendere fuori dai bar: "L'uso del profumo è consentito solo se non si sostituisce all'ossigeno del vicino di tavolo". Chissà che, tra un millesimo di oud e un boccino di platino, non si riscopra la più nobile delle fragranze: la moderazione».

Insomma, cari signori e gentili signore, il profumo dovrebbe essere come un segreto sussurrato all'orecchio di pochi eletti, non un comizio urlato con il megafono in mezzo alla piazza. Se al vostro passaggio la gente non si volta per ammirare la vostra eleganza, ma per cercare una bombola d'ossigeno, significa che avete confuso la profumeria artistica con il diserbo agricolo. Ricordate che la classe non si misura in millilitri e che, a volte, l'unico vero lusso rimasto è lasciare a chi vi incontra il dubbio di quale fosse la vostra fragranza, anziché la certezza di un mal di testa da record. Parola di Maggie, che di nasi se ne intende.