DAI CAVALLI DI LEGNO ALL'IPERCONSUMO DEL 2026
C’è una data invisibile sul calendario della memoria che segna lo spartiacque tra due epoche dell'umanità: il giorno in cui il regalo ha smesso di essere un evento sacro ed è diventato un rumore di fondo della quotidianità. Negli anni Cinquanta, l’attesa del dono era un esercizio di pazienza che durava un anno intero. Il tempo dei regali era uno solo, solenne e misterioso: la notte della Befana e per i ragazzi delle famiglie di reddito medio basso si trattava di ricevere le calze ripiene di mandarini, arance, caramelle qualche cioccolatino; i più fortunati ricevevano astucci di matite colorate Giotto, libri di avventure... Oggi, nel 2026, assistiamo a un eterno presente in cui i regali piovono sui giovani ogni settimana, se non ogni giorno, svuotando l'oggetto del suo valore e, soprattutto, privando i ragazzi della facoltà più preziosa: la capacità di desiderare.
Chi è stato ragazzo nel dopoguerra conosce la grammatica della rinuncia e la poesia del miracolo.
Ricordo ancora la vertigine di quando mi arrivò da Taranto, spedito da mio zio Gelsomino, un cavallo a dondolo in legno. Non era un semplice giocattolo; era un passaporto per l'infinito. Per settimane ho cavalcato felice quel legno immobile, correndo con la fantasia in territori che nessuna grafica digitale potrà mai replicare.
Crescendo, la lista dei desideri si scontrava con la spietata realtà delle risorse familiari. Sperai tanto, per anni, di avere un paio di pattini a rotelle, ma non c’erano i mezzi. Quella mancanza non generava rabbia, ma un rispetto profondo per il valore delle cose. Quando finalmente riuscii a conquistare un pallone di cuoio vero, non fu per un capriccio concesso, ma per un merito: vinsi un torneo di parole incrociate sulla Settimana Enigmistica. Quel pallone non lo tenni per me; lo misi a disposizione degli amici del quartiere di via Mantini. Il dono diventava comunità, il gioco si faceva condivisione.
L’indipendenza andava conquistata con le braccia e con il sudore. A sedici anni, passando le estati sul bagnasciuga di Pescara a noleggiare i mosconi sotto il sole adriatico, riuscii a mettermi da parte i soldi per comprarmi una bicicletta usata. Ma il primo, vero brivido dell'età adulta arrivò con il primo stipendio da giornalista: Andai dal concessionario e mi feci il regalo più grande: una Fiat 500 D. La presi a rate, stringendo tra le mani il contratto di lavoro firmato con il mio editore come se fosse uno scudo contro il futuro. In quella 500 c'era il sapore della libertà pagata col proprio talento.
Il vento cambiò in fretta. Sposatomi nel 1961, mi trovai pochi anni dopo a dover fare i regali ai miei figli. Fu allora che mi accorsi che l'orologio della storia aveva accelerato. Altro che cavalli a dondolo. L'Italia del Boom Economico imponeva un nuovo ritmo ai consumi. Ma nulla era paragonabile all'abisso antropologico in cui siamo immersi oggi, nel 2026.
I giovani di oggi abitano un mondo saturo di "specialità elettroniche" costose, smartphone di ultimissima generazione sostituiti prima ancora di essere compresi, gadget tecnologici che si accumulano nelle stanze come relitti di un benessere bulimico. Il regalo ha perso la sua dote fondamentale: l'eccezionalità. Se tutto è disponibile subito, se il clic di un acquisto online anticipa e uccide l'attesa, che fine fa il desiderio?
Questo scenario era stato previsto con lucida preveggenza da Pier Paolo Pasolini nei suoi Scritti corsari. Pasolini intuì che il "consumismo totalitario" avrebbe cambiato l'anima dei giovani più di qualsiasi dittatura del passato. Scriveva che l'ansia del possesso avrebbe omologato i ragazzi, sostituendo i loro valori millenari con il dovere edonistico del consumo. Il giovane del 2026, prigioniero del suo smartphone da mille euro, rischia di essere la realizzazione della profezia pasoliniana: un individuo che definisce sé stesso non per ciò che fa o che sogna, ma per l'ultimo modello di tecnologia che esibisce.
Anche Italo Calvino, nel suo memorabile racconto I figli di Babbo Natale (all'interno di Marcovaldo), dipingeva con ironia fulminante la distorsione del mercato dei regali, dove la società dei consumi inventa la "festa del distruttivismo", che mira a rompere, demolire e annullare l’ordine precostituito spingendo a comprare oggetti inutili solo per mantenere in piedi l'ingranaggio economico. Calvino ci mostrava come l'accumulo di doni distruggesse la gioia genuina dell'infanzia.
Non è un lamento nostalgico, il mio, ma una riflessione sul prezzo che stiamo pagando alla modernità. Il giovane degli anni Cinquanta, con la sua canottiera, i calzoncini e gli zoccoli di legno foderati di copertone, possedeva una ricchezza che oggi sembra smarrita: il tempo dell'attesa. Aspettare un regalo significava progettarlo nella mente, sognarlo di notte, amarlo prima ancora che esistesse.
Regalando ai giovani del 2026 tutto e subito, stiamo togliendo loro la gioia della conquista. Abbiamo sostituito la fatica felice dei mosconi noleggiati a sedici anni con la passività di una ricarica online. Forse, per salvare questa generazione dall'apatia del troppo, dovremmo rimetterli idealmente in sella a quel vecchio cavallo di legno di zio Gelsomino. Per ricordare loro che la felicità non sta nella velocità dell'ultimo microchip, ma nella distanza che la fantasia sa percorrere cavalcando l'immobilità di un sogno.