La Pioggia, il Lino e gli Zoccoli di Legno

C’è un momento preciso in cui l’estate adriatica, fino ad allora una distesa uniforme di sole e democrazia balneare, mostra la sua crepa invisibile. Sotto il sole verticale di luglio e dei primi d'agosto, la spiaggia del Lido di Pescara operava un miracolo ottico: ci faceva tutti quasi uguali.

I corpi seminudi, esposti alla stessa luce e bruciati dallo stesso sale, perdevano i segni del censo. Il figlio del professionista emiliano e il ragazzo pescarese dividevano lo stesso bagnasciuga, giocavano con lo stesso pallone, respiravano la stessa giovinezza. La pelle dorata diventava l'unica divisa possibile, un'illusione di fratellanza scritta sulla sabbia.

Ma bastava che il cielo si facesse livido sopra la Maiella, bastava il primo temporale di fine stagione a frantumare quella finzione. In Abruzzo, i vecchi guardavano le prime nuvole cariche di pioggia e pronunciavano una sentenza che era insieme meteorologia e spietata analisi di classe: «Alla prima acqua d’agosto lu ricche e lu povere s’arcunosce».

Era il teorema del temporale: la pioggia non bagnava tutti allo stesso modo, ma ricreava istantaneamente le fasce sociali, rimettendo ciascuno al proprio posto nella scala del mondo.

Quando la tempesta arrivava, l’arenile diventava il teatro di un paradosso grottesco, una commedia dell'assurdo che rivelava tutta la nevrosi borghese del bagnante. Persone che fino a un minuto prima erano immerse a mollo nell'acqua salata, felici di farsi cullare dalle onde, venivano improvvisamente colte da un panico comico. Bastavano le prime gocce calde a scatenare un ridicolo, frenetico fuggi fuggi. Come formiche impazzite, i villeggianti afferravano borse, asciugamani e sandali, correndo disperatamente verso il riparo delle cabine o delle verande.

C’era una cecità quasi poetica in quella fuga: fuggivano dall'acqua per paura di bagnarsi, incapaci di cogliere il senso profondo di quel lavacro celeste. Non capivano, i signori venuti da fuori, la bellezza primordiale dell'acqua piovana che cadeva sui corpi arsi dal sole. Quell'incontro tra il calore accumulato dalla pelle e la freschezza dolce del cielo era un momento di grazia assoluta, una purificazione che sanava la fatica dell'estate.

Mentre la folla correva, il mare e la terra cominciavano a respirare, liberando un concerto di profumi sconosciuti che la pioggia estiva regala come un'elemosina profumata. Non era più solo l'odore di iodio e di crema solare. L'acqua del cielo, impattando sulla sabbia rovente, sollevava l'odore ancestrale del petricore, quella fragranza di polvere bagnata e pietra viva che risvegliava i sensi e che si avverte quando la pioggia cade su un terreno asciutto. Il mare stesso, addolcito dalla pioggia, cambiava voce, e l'aria si riempiva del profumo selvaggio delle tamerici sferzate dal vento e della resina dei pini marittimi che scendeva dalla pineta vicina. Era un momento lirico di immenso spessore, in cui la natura si riappropriava della spiaggia, lavando via le tracce della presenza umana.

Quando la pioggia batteva sulla sabbia e rinfrescava l’asfalto, per noi ragazzi di Pescara non cambiava nulla. La nostra armatura estiva era una sola, immutabile da giugno a settembre: una canottiera lisa, un paio di calzoncini corti e gli immancabili zoccoli di legno. Offrivamo la pelle nuda al freddo dell'aria, semplicemente perché non avevamo altro.

Per i "signorini" venuti da fuori, invece, il temporale era il segnale per aprire i bauli e mostrare il guardaroba della mezza stagione. Di colpo, sul lungomare, apparivano i leggeri pullover di filo appoggiati con grazia sulle spalle e, soprattutto, le calzature: scarpe leggere, eleganti, traforate per far respirare il piede senza esporlo alla volgarità del fango. Il ricco si riconosceva perché aveva un abito per ogni capriccio del tempo; il povero conosceva solo il tempo del proprio corpo.

Per sopravvivere a quel mondo, la povertà si faceva ingegno.

Per ammorbidire il passo rumoroso dello zoccolo di legno, noi ragazzi raccoglievamo i vecchi copertoni delle biciclette o delle prime automobili. Con pazienza artigiana, ritagliavamo delle strisce di pneumatico e le fissavamo sotto la suola con piccoli chiodini da calzolaio. Quella gomma di recupero era il nostro ammortizzatore sociale, il modo per camminare senza fare troppo rumore, trasformando lo scarto della modernità nella protezione della nostra miseria.

Tuttavia, quel battere di suole lignee, era rimasto impresso nella lingua della città con un’eco più scura. Nelle ore notturne, le donne che vendevano l'amore per necessità lungo i marciapiedi di Pescara non cercavano il silenzio della gomma chiodata: il loro incedere doveva essere un richiamo. Quel battere ritmico e regolare del legno sul cemento serviva ad avvisare i clienti nell'ombra. Fu da quel rumore disperato che la lingua popolare coniò un termine destinato a rimanere nei secoli: le chiamarono "zoccole", legando per sempre il nome di una calzatura povera al destino della prostituzione di strada.

Nelle pagine della letteratura italiana, l'estate è sempre stata vissuta come questo grande spartiacque dell'anima. Cesare Pavese, in La bella estate, scriveva che «in quei giorni era sempre festa», ma sapeva perfettamente che la festa è un lusso che non tutti possono prolungare. Per Pavese, l'estate è un'attesa dorata che si scontra inevitabilmente con la durezza della realtà autunnale. E il nostro Ennio Flaiano, che di queste spiagge conosceva ogni vizio e ogni malinconia, ricordava come il mare d'estate fosse un teatro di apparizioni e sparizioni, dove l'italiano cercava un riscatto temporaneo prima di tornare alla grigia contabilità del proprio inverno.

Quando la pioggia d’agosto passava, lasciando pozzanghere che riflettevano i primi lampioni accesi, la finzione della villeggiatura ricominciava per qualche giorno, ma il velo della malinconia era ormai calato. I signorini tornavano a passeggiare nei loro abiti di lino e noi a correre con i nostri zoccoli gommati.

La prima acqua aveva ricordato a tutti che l’autunno era alle porte. Per i ricchi significava il ritorno alle case riscaldate e ai velluti delle città del Nord; per noi, il ritorno alla vita di sempre. L'autunno ci avrebbe tolto l'illusione della spiaggia, ma in quel ricordo   ma in quel ricordo di un pallone che rimbalzava sul bagnasciuga fresco, dell'acqua del cielo che batteva sulla pelle nuda e assetata restava la certezza che, per poche settimane, sotto lo sguardo della natura, eravamo stati parte dello stesso, immenso miracolo e che, per poche settimane, sotto lo sguardo del sole, eravamo stati re dello stesso mare.