MEMORIE DI UN'ESTATE PESCARESE

Negli anni Cinquanta, l’estate a Pescara non era una vacanza; era una condizione dello spirito che durava tre mesi, un rito lungo e solenne chiamato "villeggiatura". La città diventava un crocevia di accenti, un confine liquido dove le famiglie arrivavamo dalle nebbie operose dell’Emilia e dal sole antico delle Puglie, cercando nella grande spiaggia adriatica il riscatto dai mesi invernali.

In quei tre mesi, la struttura sociale della città si riconfigurava secondo un’architettura dell’adattamento. C’era una geografia invisibile della ricchezza: i veri benestanti scendevano nei grandi alberghi o occupavano i rari appartamenti edificati per il forestiero. Ma il vero miracolo di equilibrismo economico avveniva nelle case del popolo pescarese. Molte famiglie povere si comprimevano nello spazio minimo delle loro stanze, arretravano fino a farsi invisibili, cedendo una o due camere con l’uso di cucina agli ospiti paganti. In quel rimpicciolirsi dei residenti per far spazio al visitatore c’era tutta la dignità faticosa del dopoguerra, un’intimità condivisa tra lo sfrigolio dei primi sughi al pomodoro e il profumo di salsedine che i bagnanti portavano in corridoio al loro ritorno.

Al Lido, la spiaggia che era una concessione dell’Hotel Palace, che ci ospitava da anni, per l’amicizia con il bagnino Secondo, un grande giocatore di bocce arrivato a Pescara da Cuneo nel dopo guerra, era una distesa aperta, un regno dove il tempo era scandito non dagli orologi, ma dalla meteo e dalle stagioni del mare. I pedalò erano ancora di là da venire; l’orizzonte apparteneva ai "mosconi", le pesanti imbarcazioni di legno che richiedevano braccia forti e sapienza antica. Era il lavoro di mio padre fotografo - custode della memoria visiva dei bagnanti - e mio che governavo il noleggio dei pattini.

Quando il mare Adriatico mostrava il suo volto mosso, sollevando onde che vietavano il largo, la spiaggia cambiava ritmo. Le barche restavano a riva e la battigia si trasformava in uno spazio di democrazia sentimentale. Era allora che stringevo amicizia con i "signorini" venuti da fuori e con le loro sorelle. Dietro le cabine di legno - che a fine stagione venivano smontate asse dopo asse, come se l'estate fosse un teatro da riporre in un baule - nascevano amori rapidi come lampi, suggellati da baci clandestini che sapevano di sale e di crema solare. In quegli angoli d'ombra, le distanze di classe si annullavano nell'urgenza di un'adolescenza che voleva solo toccarsi.

Non esistevano ancora i bar degli stabilimenti a presidiare la duna. La sete e la fame della spiaggia venivano placate da un teatro ambulante: uomini e donne che compivano un immenso sforzo fisico, camminando per chilometri da nord a sud, con i piedi che affondavano nella sabbia rovente sotto il sole di mezzogiorno. C’erano i venditori di cocomeri, che offrivano il miraggio di una freschezza zuccherina, e quelli che vendevano fette di cocco, annunciati dal battere ritmico dei loro coltelli.

La spiaggia restava un formidabile osservatorio antropologico, un luogo in cui le maschere sociali si esibivano nude sotto il sole. Come avrebbe scritto Ennio Flaiano, l'italiano in vacanza esprime il meglio e il peggio di sé, cercando sempre un palcoscenico per la propria vanità.

I veri ricchi si riconoscevano senza sforzo: avevano la grazia naturale dei tessuti nobili, la flemma di chi possiede il tempo e, la sera, prima di lasciare il Lido, si infilavano leggeri vestiti di lino bianco che sembravano respingere il caldo e la polvere. E poi c’erano i parvenu, i "facenti finta di essere ricchi", che scimmiottavano i gesti dei primi con una goffaggine che diventava spettacolo.  

Mio padre, abituato a guardare il mondo attraverso l'obiettivo per coglierne le crepe, diventava allora un autore satirico: con battute pungenti e fulminanti, dipingeva quelle pose ridicole, trasformando l'ipocrisia dei bagnanti in una commedia dell'arte sotto il sole.

Ma la commedia estiva cambiava passo dal lunedì al venerdì, assumendo una sfumatura più intima, a tratti maliziosa e pruriginosa. Poiché la villeggiatura durava interi mesi, la spiaggia viveva di una bizzarra demografia infrasettimanale: al mare rimanevano solo le signore con i bambini, mentre i mariti, il lunedì mattina, riprendevano il treno o la macchina, per tornare al lavoro nelle fabbriche o negli uffici del Nord, per poi riapparire solo il sabato.

Questo vuoto maschile diventava una vera manna dal cielo per i nostri "vitelloni" pescaresi, perfetti epigoni di quelli felliniani. Ragazzi d'oro e di sabbia che trascorrevano le giornate a studiare il bagnasciuga, facendo a gara a chi sfoderava il fascino più irresistibile per conquistare le grazie delle giovani e languide signore, momentaneamente libere e decisamente disponibili a farsi corteggiare. Il premio per i corteggiamenti più serrati arrivava la sera, quando quelle stesse signore accettavano di farsi accompagnare a ballare al celebre locale Florida. Sulla rotonda, tra le note di un lento e il profumo dei pini marittimi, l'estate concedeva le sue promesse più dolci e i suoi segreti più gelosi, prima che il sabato mattina riportasse in stazione i mariti legittimi e la morale borghese.

Alle diciotto in punto, la Repubblica della spiaggia dichiarava la sua tregua. I bagnini, per legge e per costume, dovevano ritirare tutto: le sedie venivano piegate, gli ombrelloni chiusi e ammassati, perché la sabbia doveva tornare vergine e libera per la notte. Noi ragazzi del posto aiutavamo a sgombrare l’area, e in quel gesto di fatica condivisa conquistavamo il diritto al premio più alto: il campo da calcio definitivo. Sulla sabbia fresca del tramonto si accendevano partite intense, sfide epiche in cui le squadre si dividevano rigidamente tra "pescaresi" e "figli dei bagnanti". Era il corpo a corpo tra la città stabile e la città fluttuante, una scuola di vita dove il pallone stabiliva gerarchie più giuste di quelle del censo.

Poi, l’Italia è cambiata, e con essa Pescara. Le cabine di legno, poetiche e provvisorie, sono state sostituite dal cemento armato, monumento alla stanzialità e al possesso. Ombrelloni e lettini hanno smesso di essere ritirati a fine giornata, rimanendo piantati nella sabbia come bandiere di una privatizzazione del tempo libero che dura tutta la stagione.

Gli stabilimenti si sono chiusi in sé stessi, attrezzandosi con bar moderni e ristorantini interni. Tutto è diventato stanziale, comodo, climatizzato. I venditori ambulanti e il grido della donna formosa che portava in bilico sulla testa una cesta enorme e gridava ”bombe fresche, pizze calde” sono stati messi a tacere dal progresso, sostituiti dal tintinnio dei bicchieri di cristallo e dalle "serate particolari" illuminate dai fari artificiali. La spiaggia ha smesso di essere un palcoscenico aperto per diventare un consumo prolungato all'interno dei confini dello stabilimento.

Ma per chi ha vissuto l'estate dei mosconi e delle cabine smontabili, la spiaggia di Pescara resterà sempre quel foglio bianco dove ogni sera il vento adriatico cancellava le impronte dei ricchi e dei poveri, lasciando nell'aria solo il profumo di una pizza calda, il rimbalzo di un pallone al tramonto e il ricordo di un bacio rubato dietro un'asse di legno.