GLI SPORTIVI DELLA DOMENICA

E IL FERRAGOSTO DI CRISTALLO

C’era un tempo in cui il Ferragosto a Pescara profumava di sugo buono, di lamiere calde e di una felicità semplice, spianata sulla sabbia come una tovaglia a quadri. Avevo dieci anni e il mio osservatorio speciale sul mondo era l’ombra del treppiede di mio padre. Lui, con la sua macchina fotografica a soffietto, era il custode dei desideri: catturava i sorrisi timidi delle coppie, l’orgoglio dei turisti fieri di farsi ritrarre davanti al blu, stampando su carta un pezzetto di eternità. Non sapevo, allora, che stavamo continuando una tradizione antichissima. Proprio su queste coste, decenni prima, Gabriele D’Annunzio guardava lo stesso mare celebrando nei suoi versi «la sensuale nudità dell'estate» e quel sangue abruzzese che fremeva «come i mari d'estate». Ma se per il Poeta l’estate era un mito divinizzato, per noi, negli anni Cinquanta, era una meravigliosa festa della carne e dello spirito, profana e saporita

Dall’alto dei Colli scendeva la vita vera. Papà li vedeva arrivare da lontano, carichi di ceste (in dialetto “sporte”), e con un sorriso arguto esclamava: “Ecco, sono arrivati gli sportivi!”. Ma lo sport, in quelle giornate di sole accecante, non era una corsa sul bagnasciuga; era l’atletica leggera del cuore e dello stomaco.

Gli "atleti" aprivano le loro "sporte" – le grandi borse di paglia – e ne tiravano fuori teglie di lasagne al forno che profumavano di casa, polli ai peperoni lucidi di sugo e persino il cacio e uovo, che della Pasqua conservava il sapore ma del Ferragosto celebrava l’abbondanza.

Chissà cosa avrebbe detto Ennio Flaiano, l'altro grande figlio di Pescara, di quella sfilata di personaggi così veri, ironici e malinconici, accaldati e felici. Lui, che ha raccontato i vizi e le dolcezze d'Italia, avrebbe certamente ritrovato in quegli "sportivi" l'essenza più pura e indomabile del genio pescarese. L’anguria, intanto, affogata sul bagnasciuga per rubare un po' di fresco al mare, aspettava la fine della faticosa sfacchinata gastronomica.  

Tutto era a portata di mano, tutto era condiviso. Ci si scottava la schiena per troppa giovinezza e ci si curava con creme rinfrescanti passate tra vicini di ombrellone, mentre i ragazzi correvano dietro a un pallone sollevando polvere d’oro. E la colonna sonora di quelle giornate non usciva da una scatola: allora i mangianastri a batteria erano rarissimi, quasi un miraggio. La musica si faceva rigorosamente dal vivo, a fior di labbra, con le chitarre portate da casa che passavano di mano in mano. Bastavano tre accordi e un gruppo di voci intonate per far cantare l'intera spiaggia sotto il sole. Il mare, poi, era il complice più grande dei giovani. Lontani dagli sguardi severi della riva, i ragazzi entravano in acqua per cercarsi, per scambiarsi effusioni intime e segrete che la terraferma, con la sua morale rigidità, non avrebbe mai permesso. L’Adriatico diventava il loro nascondiglio di schiuma e baci rubati, trasformando i bagnanti in quelle creature marine liberate dal tempo che D'Annunzio sognava nelle sue poesie estive.  

Oggi la spiaggia ha cambiato voce e rumore. Se ti volti, non vedi più le teglie di lasagne né senti il richiamo genuino delle famiglie dei Colli. Il Ferragosto moderno indossa abiti signorili e pretenziosi, si muove al ritmo di un tempo che vuole essere perfetto e instagrammabile a tutti i costi. Sotto i gazebo di legno bianco non si scartano più i cartocci di paranza, ma si ordinano drink dai nomi esotici, guarniti con foglie di menta e ghiaccio tritato finissimo. Le persone cercano l'esclusività in un calice di bollicine, attente a non spettinarsi, prigioniere di bisogni complessi che hanno sostituito la fame di vita. Anche l'aria si è riempita di suoni diversi: un frastuono continuo di strumenti elettronici, casse digitali e playlist tutte uguali che coprono il rumore della risacca. I giovani non hanno più bisogno del mare per nascondersi; i loro baci sono liberi, ma forse meno cercati, meno sognati, privi di quella misteriosa sacralità descritta dai poeti.  

Eppure, dietro il tintinnio dei bicchieri di cristallo, le basi elettroniche e la musica soffusa dei moderni stabilimenti, mi sembra ancora di sentire l’eco di quella risata di mio padre e il suono di una corda di chitarra pizzicata sulla sabbia. Resta la nostalgia di un tempo in cui bastava una sporta piena di cose buone, una canzone cantata insieme e un po' di crema per la pelle bruciata per essere, davvero, i padroni del mondo. Una Pescara che non c'è più, ma che continua a vivere ogni volta che qualcuno, chiudendo gli occhi, ne respira il ricordo.