DIALOGHI DI MEZZA ESTATE

Introduzione

Ci sono notti in cui il caldo dell'agosto adriatico smette di essere clima e diventa memoria. Per chi ha speso la vita a consumare i tasti delle macchine da scrivere tra le redazioni del Messaggero e i corridoi del Guerin Sportivo, la mente non va mai veramente in vacanza. Il giornalismo non è un mestiere, è una postura mentale. Così, basta il ronzio ritmico di un ventilatore per trasformare una stanza buia nel teatro di un sogno onirico di alto spessore letterario. Un viaggio notturno dove i ricordi dell'atleta dilettante - la solitudine del portiere, la danza del tennista, il coraggio del peso leggero - si fondono con l'autorità dello scrittore che ha dato del "tu" ai giganti del rugby mondiale e agli dèi del calcio.

Il Sogno

Il porto canale di Pescara stasera è un nastro di specchi neri, ma nel perimetro del sogno l'odore del mare diventa improvvisamente quello dei saloni di Monaco di Baviera. È un'eleganza fredda, quella tedesca, dove O Rei mi sedeva di fronte. Ricordo ancora lo sguardo di Pelé quando gli chiesi, dritto nei suoi occhi da leggenda, perché non avesse mai voluto fare l’allenatore. Mi rispose con la disarmante verità dei puri: «Non so insegnare quello che so fare ad alto livello e senza sforzo. Io mi fido solo del lavoro intenso, continuo, basato sui fondamentali». Il genio assoluto che si arrende all'impossibilità di codificare il proprio miracolo.

Quella risposta, nel sogno, diventa il fischio d'inizio.

Non sono più in un albergo bavarese. Mi ritrovo sul prato sacro della Rugby School, nel cuore profondo del Warwickshire. L’erba è tagliata corta, bagnata da una pioggia sottile che sembra inchiostro vaporizzato. Sono lì come scrittore, invitato nella culla della palla ovale dove ho presentato i miei libri, ma il mio corpo risponde a un richiamo antico. Sono in porta, pronto a scattare con le ginocchia flesse e l'avampiede carico, ereditando la reattività di anni spesi sulla terra battuta dei campi da tennis. Ai polsi, però, sento la stretta dei lacci di cuoio: ho addosso i guanti da pugilato, otto once da peso leggero. Il ring mi ha insegnato a non chiudere gli occhi quando il colpo parte, a incassare il vento pur di restare in piedi. Sono il custode di una terra di mezzo.

Dalla nebbia inglese non sbuca un'ombra qualunque. Avanza Gareth Edwards. Ha la maglia rossa del Galles, il fango di Cardiff sui calzoncini e quel numero nove che per noi storici dell'ovale rappresenta la perfezione geometrica del gioco. Il mediano di mischia più grande di tutti i tempi. Lo guardo e sento l'autorità delle pagine che ho scritto su di lui: conosco ogni sua finta prima ancora che la accenni.

Edwards non cerca la meta. Corre verso i miei pali da calcio. Ha tra le mani la palla ovale, ma ai piedi controlla il pallone sferico, bianco e nero, del Mondiale messicano del 1970.

«Guarda i fondamentali!», grida una voce che somiglia a quella di Pelé, sospesa a mezz'aria come un'eco da stadio.

Edwards calcia di collo pieno. La traiettoria è tesa, un fendente che taglia la nebbia. Io mi stacco da terra. È il volo disperato del portiere, ma conserva il ritmo sincopato di un montante sul ring e la scelta di tempo di un passante di dritto. Intercetto la sfera con il palmo del guantone da boxe. L’impatto è duro, reale, fa risuonare i pali come campane. Mentre ricado, la fisica si inverte: quando tocco il fango, tra le mani stringo l'ovale di cuoio ruvido.

Edwards mi cammina incontro, mi tende la mano per aiutarmi a rialzarmi e mi sorride con la complicità di chi ha letto i miei capitoli. Poco più in là, sul limite dell'area, Pelé cammina palleggiando con un'arancia, senza sforzo, guardando il cielo d'Inghilterra.

«Hai visto?», mi dice il mediano di mischia gallese, indicando la perla nera. «Lui non lo sa spiegare. Ma tu sì. Tu lo devi scrivere».

Conclusione

Il risveglio arriva di colpo, con il respiro corto del pugile al dodicesimo round e la lucidità del cronista che ha trovato la chiusura della terza pagina. Il ventilatore gira ancora, muovendo l'aria calda della stanza. Sul comodino c'è la penna, immobile accanto ai libri stampati. Il sogno di mezza estate si dissolve, lasciando la certezza che lo sport, come la letteratura, sia una questione di geometrie e di anima. Pelé ed Edwards hanno fatto la storia sui prati del mondo; a me, che ho difeso una porta invisibile e incassato i colpi della vita sul ring della pagina bianca, resta il compito più bello: continuare a spiegarne il miracolo.