MARIO PERROTTI: L'ARTE NON È UNA CARRIERA,

MA UNO STATO DELL'ANIMA.

Nell’eco solenne dei silenzi d’Abruzzo, dove la terra profuma di ginestre e fatica, affonda le radici l'anima giovanile di Mario Perrotti. Ragazzo di campagna, egli portava negli occhi il riflesso delle vette severe e nel cuore il ritmo antico delle stagioni. Non era un destino scritto nel marmo, il suo, ma una promessa sussurrata al vento dei pascoli: una promessa di riscatto e di conoscenza che lo avrebbe strappato alla zolla per consegnarlo alla storia delle anime.

Con la tenacia di chi conosce il valore del sudore, Mario ha edificato la propria vita come si edifica una cattedrale di parole e di luce. Diventato insegnante, ha teso la mano a generazioni di giovani, accendendo nei loro cuori il fuoco della curiosità; da dirigente scolastico, ha guidato con mano ferma e paterna le istituzioni, facendosi custode del futuro altrui. Ma il suo viaggio non era che un lungo, fecondo preludio.

L'autunno della vita, l'età sacra della pensione, non ha recato con sé il tramonto, bensì un’alba sfolgorante. Liberato dai doveri del mondo, il fanciullo di un tempo è tornato a reclamare la sua voce, scoprendosi scrittore e fotografo, poeta del visibile e dell'invisibile.

Nelle sue pagine vibra la nostalgia struggente di una civiltà perduta: i suoi romanzi sulla vita pastorale sono canti epici di transumanze e di cieli immensi, dove il fango si fa poesia e il pastore diventa un eroe omerico sotto la volta stellata. E quando la sua terra natale è stata ferita dal fango e dalle macerie, l'obiettivo di Mario si è fatto testimone sacro. Le sue fotografie del terremoto aquilano non sono semplici cronache di un crollo, ma lamenti d'amore impressi sulla pellicola, dove la pietra spezzata urla il dolore di un intero popolo e, al contempo, ne sussurra la fiera resilienza.

Eppure, è nel silenzio di un giardino che l'animo più intimo di Mario trova la sua catarsi romantica. Nelle sue fotografie di fiori, la natura si spoglia della sua veste materiale per farsi puro sentimento. Ogni petalo, accarezzato dalla luce, diventa un verso visivo; ogni corolla è uno specchio dell'infinito, un contrasto sublime tra la fragilità della vita e l'eternità dell'arte. Mario Perrotti non cattura immagini: egli fotografa l'anima, dimostrando che il ragazzo di campagna non ha mai smesso di guardare il mondo con lo stupore sacro dei poeti.

Se desideri, posso:

La fotografia naturalistica di Mario Perrotti si distacca nettamente dal mero documentarismo botanico per configurarsi come un’indagine squisitamente metafisica e concettuale. Il focus dell'autore non è la descrizione anatomica del fiore o del paesaggio, bensì l’evocazione del loro flusso vitale e della loro dimensione temporale.

Attraverso l'uso sapiente di tecniche avanzate come lo "spazio-tempo" e il movimento intenzionale della fotocamera, Perrotti dissolve i contorni della realtà oggettiva. Il fiore cessa di essere un oggetto statico e si trasforma in un segno dinamico, un gesto di luce che traccia una traiettoria emotiva sullo sfondo. L'astrazione pittorica che ne deriva unisce la delicatezza dell'impressionismo alla forza drammatica del romanticismo letterario: la natura diventa così uno specchio dell'interiorità, dove la fragilità del petalo dialoga costantemente con l’infinito.

La parabola artistica ed esistenziale di Mario Perrotti ci consegna una verità profonda: l'arte non è una carriera, ma uno stato dell'anima.

Il suo passaggio dalla terra d'Abruzzo ai banchi di scuola, fino all'approdo alla fotografia in età matura, dimostra che il "tempo ritrovato" della pensione non è un vuoto da riempire, ma un'esplosione di libertà creativa. Nei suoi scatti, il ragazzo di campagna e il colto dirigente scolastico si fondono: la precisione dello sguardo si unisce alla sensibilità poetica, ricordandoci che la bellezza più autentica si svela solo a chi ha la pazienza, e il coraggio, di saperla aspettare e ascoltare.