incontro di fantasia con Mario Tontodonati
Il calcio di oggi si misura in gigabyte, si decide nei fondi d'investimento e si studia sui tablet. Ma se si scava sotto la vernice lucida della modernità, si scopre che le radici del nostro sport affondano nel fango, nella goliardia e nel coraggio di uomini che hanno giocato per un ideale. Per ritrovare quell'anima, sono andato a bussare alla porta di Mario Tontodonati. Centoventi gol in biancazzurro, "Testina d’oro" per un popolo intero, il protagonista del mio libro "Un re senza corona". Ne è nato un dialogo che non è solo memoria, ma un manifesto politico e sentimentale sul calcio di ieri e di oggi.
Gianni Lussoso: Mario, sono passati anni da quando ho chiuso l’ultima pagina di "Un re senza corona". Oggi ti guardo e mi chiedo: se alzassi gli occhi verso i tabelloni elettronici degli stadi attuali, o leggessi di algoritmi e procure milionarie, riconosceresti ancora il gioco che ti ha reso immortale?
Mario Tontodonati: Gianni, caro mio. Vedi, il calcio di oggi sembra recitato sul velluto, ma ha il cuore freddo. Ai miei tempi la palla pesava tre chili quando pioveva e le scarpe ti lasciavano i segni dei chiodi sotto la pianta. Oggi vedo attaccanti che non sanno più saltare con i tempi giusti. Aspettano che la palla arrivi dove dice il computer. Noi la palla dovevamo andare a strapparla dal cielo, anticipando il terzino con l’astuzia, non con la telemetria. Il calcio attuale è un’industria dello spettacolo; il nostro era un romanzo d’appendice.
G.L.: A proposito di romanzi. Nel libro ho voluto fortemente scavare nella leggenda delle tue origini biancazzurre. C'è una verità romantica che i giovani di oggi faticano a comprendere: il tuo passaggio al Pescara per un cappotto. Ci sveli una volta per tutte come andarono i fatti in quel 1940?
M.T.: Hai fatto bene a scriverlo, Gianni, perché è la pura verità. Giocavo con il Popoli e segnavo parecchio. I dirigenti del Pescara mi volevano a tutti i costi, ma i soldi erano quelli che erano, con i venti di guerra che già soffiavano forti. Alla fine l’accordo non si trovò con gli assegni, ma con un baratto d’altri tempi. Il Pescara mi acquistò offrendo in cambio un trench di lusso, un impermeabile di stoffa inglese pregiata, di quelli che si vedevano solo addosso ai signori o nei film polizieschi di Hollywood. Per un ragazzo abituato ai sacrifici di Scafa, quel cappotto valeva più di un lingotto d’oro. Mi dava una dignità, mi faceva sentire un calciatore vero prima ancora di scendere in campo al Rampigna.
G.L.: Il mitico Rampigna, la culla della "Strapaesana". Una squadra formata quasi esclusivamente da ragazzi pescaresi e abruzzesi che arrivò a sfiorare la Serie A per un soffio. Che sapore aveva quel calcio totale e ruspante?
M.T.: Era un calcio che profumava di mare e di fango. La "Strapaesana" era una famiglia allargata: giocavamo per i nostri vicini di casa, per i pescatori, per la gente che faceva i salti mortali per comprare il biglietto. Quella promozione in Serie A mancata per pochissimo resta il mio grande rimpianto, ma l'orgoglio di aver spaventato le grandi del Nord con undici ragazzi del posto è qualcosa che nessun miliardario di oggi potrà mai comprare con i suoi petrodollari. C’era un’appartenenza viscerale. Oggi i calciatori baciano la maglia e tre mesi dopo firmano per i rivali.
G.L.: Campanile e passione sfociavano a volte in storie incredibili. Nel mio lavoro di ricerca ho documentato un episodio epico: il tuo "rapimento" da parte dei tifosi del Chieti a causa del furto di un'aquila. Mi racconti come andò quel giorno di derby?
M.T.: Che tempi, Gianni! La rivalità con il Chieti era goliardia pura, anche se quel giorno rischiai di non giocare. In settimana, un gruppo di studenti universitari pescaresi era riuscito a intrufolarsi a Chieti e a rubare l'aquila viva, il simbolo che i teatini custodivano come una reliquia. Un affronto intollerabile. La domenica del derby, mentre andavo allo stadio a Pescara, una macchina di tifosi teatini mi tagliò la strada. Mi caricarono a bordo senza violenza, ma con fermezza: "Mario, tu oggi non giochi se non ci ridate la nostra Aquila". Mi avevano preso come ostaggio per uno scambio di prigionieri! La voce arrivò ai dirigenti e si aprì una trattativa diplomatica fulminea a pochi minuti dal fischio d'inizio. Lo scambio avvenne dietro lo stadio: fuori l'aquila dalla gabbia per i chietini, dentro Tontodonati nello spogliatoio per i pescaresi. Allacciai le scarpe mentre le squadre entravano in campo. Eravamo un calcio dove un centravanti valeva quanto un'aquila reale.
G.L.: Ma il Rampigna era anche un catino bollente, dove la passione rischiava di travolgere tutto. Come quella volta in cui fosti costretto a trasformarti in bodyguard per salvare l'arbitro romano Rancher.
M.T.: Quella volta si rischiò la tragedia. Rancher incappò in una giornata storta e il pubblico del Rampigna, che era letteralmente attaccato alle linee di gioco, si sentì scippato. Al fischio finale crollarono le recinzioni: un'invasione di campo furiosa. I guardalinee scapparono, ma l'arbitro venne accerchiato da una folla inferocita. Capii che dovevo agire. Io ero l'idolo della città, l'unico che potevano ascoltare. Mi lanciai in mezzo, feci da scudo umano con il mio corpo e urlai: "Fermatevi! Se toccate lui, toccate me e rovinate il Pescara!". La gente si bloccò per rispetto. Presi Rancher per il braccio, lo trascinai di peso negli spogliatoi e sbarrai la porta dall'interno finché non arrivò la forza pubblica. Quel gesto mi valse un encomio solenne della FIGC, ma per me contava solo aver aiutato un uomo di sport e salvato l'onore di Pescara.
G.L.: Voltiamo pagina e guardiamo al presente. La nostra Pescara Calcio è da troppi anni impantanata nelle sabbie mobili della Serie C. Da profondo conoscitore di questa piazza, come vivi questa crisi d'identità sportiva e societaria?
M.T.: Mi sanguina il cuore, Gianni. Pescara vive di passioni incendiarie, non può essere trattata come una fredda operazione di bilancio o una transizione continua. Quando vedo lo stadio Adriatico semivuoto mi vengono i brividi. Ai miei tempi la gente si arrampicava sui muri pur di vederci. La Serie C deve essere solo un passaggio temporaneo, ma per uscirne serve un progetto che rimetta al centro la "pescaresità", la fame del territorio, proprio come facevamo noi della Strapaesana. Bisogna smetterla di cercare la salvezza nei prestiti dell'ultimo minuto e ricominciare a seminare nei campi di periferia della nostra provincia.
G.L.: Un'ultima battuta, Mario. Se potessi lasciare un testamento spirituale al centravanti che oggi indossa la maglia biancazzurra, cosa gli diresti nei secondi che precedono il fischio d'inizio?
Mario Tontodonati: Gli direi di non guardare le tribune, di non pensare ai procuratori o a cosa scriveranno sui social. Gli direi di toccarsi il petto, di sentire il delfino stampato sulla maglia e di ricordarsi che prima di lui, su quel prato, c'era gente che ha giocato per un pezzo di pane e un impermeabile inglese. Gli direi di saltare di testa non solo con le gambe, ma con l'anima. Perché a Pescara, se dai tutto te stesso, la gente ti incorona re anche senza bisogno di un titolo in bacheca.
Ci salutiamo così, mentre l’ombra del tramonto allunga le nostre sagome e il vento dell'Adriatico porta con sé l’odore del sale e del tempo che passa. Mario si alza, si sistema il colletto del cappotto con un gesto d'altri tempi e si avvia verso l'uscita. Lo guardo camminare con quel passo fiero, lo stesso con cui calpestava l'erba del Rampigna.
Oggi i re del calcio si misurano in milioni di follower e contratti televisivi, ma svaniscono alla prima pioggia. Mario Tontodonati, invece, non ha mai avuto bisogno di corone di metallo prezioso per governare la memoria di questa città. Gli è bastato un trench di stoffa inglese, un pallone pesante di cuoio e la testa sempre più alta di tutti gli altri, lassù, dove volano le aquile e dove nascono le leggende biancazzurre.