IL PANE DELL'ANIMA:

QUANDO L'ARTE STANCA E L'AFFETTO RINVIGORISCE

Sentirsi stanchi non è un'invenzione della modernità, né un limite personale. È, al contrario, una delle condizioni più profondamente umane, un filo rosso che unisce l'uomo contemporaneo ai più grandi pensatori della storia. Quando la stanchezza supera i confini del corpo e diventa un peso sul petto, non stiamo solo subendo i ritmi frenetici del nostro tempo: stiamo sperimentando quello che i poeti hanno cercato di descrivere e decifrare per secoli.

La letteratura, d'altronde, è piena di anime che hanno guardato in faccia questo vuoto di energie.

Giacomo Leopardi non descriveva la stanchezza come semplice sonno mancato, ma come il "tedio", quel senso di sfinimento che nasce dall'eccesso di pensiero e dalla sensibilità acuta verso il mondo: la stanchezza tipica di chi sente troppo.

Secoli prima, Francesco Petrarca parlava nel suo Secretum di "accidia", una spossatezza dell'anima che paralizza la volontà e rende pesante ogni minimo gesto quotidiano.

Per Charles Baudelaire era lo Spleen, una malinconia angosciosa dove persino la speranza si arrende, mentre in tempi più vicini a noi Eugenio Montale dipingeva il "male di vivere" come la fatica di camminare sotto un sole che abbaglia ma non scalda, dove l'esistenza stessa si fa rigida e faticosa.

Se la letteratura del passato ci mostra il lato oscuro e talvolta paralizzante della spossatezza, la vita reale ci offre la chiave per comprenderla e, in qualche modo, superarla. La stanchezza non risparmia chi crea; al contrario, si nutre dell'energia vitale che l'artista riversa nelle sue opere.

Penso al mio caro amico Vittorio Di Boscio, grande artista, pittore e scenografo. Chiunque conosca il mondo dell'arte sa quanta fatica, sia fisica che mentale, si celi dietro la bellezza. In questi giorni Vittorio sta vivendo uno di quei momenti di totale svuotamento creativo e fisico durante l'allestimento della sua mostra a Castelvecchio Subequo, all'interno della rassegna a Palazzo Tesone. Curare i dettagli, disporre le tele, far dialogare la materia con lo spazio storico è un lavoro che consuma fino all'osso. Finita l'opera, la mente e il corpo dell'artista legittimamente pretenderebbero il silenzio, il vuoto e l'isolamento.

Eppure, è proprio qui che la stanchezza devia dal binario dell'isolamento descritto dai poeti maledetti per farsi puro atto d'affetto.

Nonostante i chilometri, la spossatezza accumulata e le ore spese a dare ordine al caos della creazione, Vittorio non ha voluto rinunciare al nostro appuntamento.

Ha scelto di non saltare la nostra colazione al mare, quel rito leggero fatto di onde e parole semplici, e soprattutto non ha voluto far mancare il suo affettuoso saluto alla piccola Maggie.

Vedere un uomo d'arte, carico della stanchezza monumentale che segue una mostra, trovare l'energia per un incontro sul bagnasciuga e per una carezza alla nostra "pelosetta", ci insegna qualcosa di fondamentale. Ci dice che esiste una stanchezza nobile, che non ci chiude in noi stessi, ma che trova il suo baricentro proprio nel ritorno alle cose genuine: il mare, l'amicizia, la fedeltà e l'affetto incondizionato.

La lezione che l'arte e l'amicizia ci lasciano è tanto semplice quanto profonda: nella società della performance, la stanchezza viene vista come un guasto da riparare subito, un difetto di fabbrica da nascondere.

Ma i poeti ci ricordano che è un segnale di stop sacro, e l'esempio di Vittorio ci mostra come abitarla senza lasciarsi sconfiggere. La vera cura alla stanchezza dell'anima non è il sonno, ma la bellezza delle relazioni che decidiamo di proteggere, anche quando non ci restano che poche forze.

Non ci si rigenera stando fermi al buio, ma tornando a ciò che amiamo. A volte, per ritrovare l'energia di camminare, non serve una cura magica: bastano il rumore del mare, un amico che ti aspetta e le feste di una cagnolina che non chiede altro che la tua presenza.