Il Custode del Ritmo e del Ricordo:
Luigi La Verghetta e il Custodire l’Anima Musicale di Angelo Canelli
La musica ha il potere di unire le anime, ma è la fedeltà del tempo a decretare la purezza di un legame. Nel panorama culturale abruzzese, e in particolare in quella fucina di talenti che risponde al nome di Vasto, la storia del jazz si intreccia indissolubilmente con un sodalizio umano straordinario: quello tra il compianto pianista e compositore Angelo Canelli e il batterista Luigi La Verghetta. Un’intesa nata sui palchi all’inizio degli anni ’90 e tragicamente interrotta, solo nella carne, nel luglio del 2006. Da allora, il percorso artistico di La Verghetta non è stato solo un’evoluzione professionale, ma si è trasformato in una vera e propria missione del cuore: mantenere vivo l'eco del genio dell'amico.
Luigi La Verghetta: La maestria geometrica del tempo
Per comprendere l'importanza di questo binomio, è necessario isolare per un attimo il talento puro di Luigi La Verghetta. Nel jazz, il batterista non è un mero metronomo; è il motore immobile, il sismografo che intercetta le intuizioni del solista e le trasforma in dinamica. La Verghetta incarna perfettamente questa dote. Dotato di una tecnica sopraffina e di una sensibilità ritmica mai invasiva ma straordinariamente solida, Luigi ha saputo dare alle composizioni di Canelli la giusta spinta propulsiva.
La sua bravura risiede nella capacità di dialogare. Nel memorabile album “Waltz for Myself” (1997), inciso con l’Angelo Canelli Trio, la batteria di La Verghetta non si limita ad accompagnare: commenta, sottolinea, crea spazi e silenzi. È una pulizia esecutiva che nasce da uno studio rigoroso dello strumento, ma che trova la sua massima espressione nell'empatia della improvvisazione, dote che lo colloca tra i musicisti più autorevoli e rispettati della scena jazzistica regionale.
Un patto d'amicizia oltre lo spartito
La grandezza di un artista, tuttavia, si misura anche dalla sua statura umana. Quando la scomparsa prematura di Angelo Canelli, a soli 39 anni, ha lasciato un vuoto incolmabile, Luigi La Verghetta — insieme allo storico contrabbassista Ivano Sabatini — ha fatto una scelta di straordinaria generosità intellettuale. Invece di disperdere quel patrimonio, ha scelto di diventarne il custode.
Il rispetto di Luigi per l'amico-compositore non si è limitato al ricordo nostalgico. Si è tradotto in azione, sudore e note. Attraverso progetti come il Jazz Up Trio (con il pianista Marco Mancini) e il Laverjazz, La Verghetta ha preso gli spartiti originali di Canelli, firmati da quella penna così raffinata e intimista, e ha continuato a farli suonare. Reinterpretare la musica di un amico scomparso richiede un enorme coraggio emotivo: significa riaprire ogni volta una ferita, ma anche curarla attraverso la bellezza. Luigi lo fa da vent'anni con una devozione commovente, portando quei brani sui palchi dei festival e nelle rassegne estive, affinché il pubblico non dimentichi la grandezza del Canelli medico e musicista.
In un mondo artistico spesso dominato dall'individualismo, l’esempio di Luigi La Verghetta brilla di una luce rara. La sua non è solo la storia di un batterista eccellente che domina il tempo sul palco, ma è la storia di un uomo che ha sconfitto il tempo attraverso la fedeltà. Continuando a far vibrare i piatti e i tamburi sulle melodie di Angelo Canelli, Luigi dimostra che la vera amicizia non teme l'assenza. Finché le bacchette di La Verghetta batteranno quel tempo, la musica di Angelo continuerà a viaggiare nell'aria, immortale, libera e bellissima.