Sorge l’alba sul Mare Adriatico, ma non porta luce: da dodici lunghi inverni, un’ombra densa e parassitaria grava sul petto di questa città fiera. Quello che nacque come il tempio della nostra passione comune, il vessillo biancazzurro che accendeva i cuori lungo il fiume Aterno, è caduto nelle mani di un alchimista del vuoto. Un uomo già segnato dai decreti fallimentari del Tribunale di Pescara, laddove le sue personali società finanziarie erano colate a picco, ha trovato nel Pescara Calcio l'arca d'oro su cui edificare il proprio privato, opulento e sfacciato riscatto.
Dal 2012 assistiamo a un miracolo al contrario: mentre il mercante si arricchiva all'ombra delle tribune, svuotando le tasche della passione collettiva, l’identità cittadina veniva spogliata e mercificata. Oggi, il Delfino non nuota più nel mare della gloria: langue prigioniero, ridotto a una mucca da mungere in una vasca di fango e speculazione finanziaria.
Guardate la squadra che porta il nostro nome: è una legione di anime tesserate a tempo, un esercito di passaggio fatto di prestiti precari, giovani usati come gettoni e promesse fuggitive. Non c’è più radice, non c’è più stabilità. Il deserto gestionale ha inghiottito ogni briciolo di patrimonio: non una pietra, non un mattone, non un solo bene mobile o immobile appartiene più alla società. Tutto è stato spolpato.
Resta solo l'eco spettrale di un baratro contabile che scava la terra sotto i piedi della tifoseria: oltre venti milioni di euro di passivo, una zavorra spaventosa di debiti che ha trascinato la nostra storia nei polverosi gironi danteschi della Serie C. Hanno ridotto una cattedrale laica a un banco dei pegni privato, dove si baratta il domani per salvare il portafoglio del redivivo presidente.
Non vi è satrapia che non pretenda di ammantarsi di scienza, né mercante che non sogni il blasone dello scienziato. Il nostro uomo si muove tra le stanze del club con la burbanza del monarca assoluto, un Ferguson collinare convinto di possedere il genio supremo del calcio, quando l'unica dote rimasta nelle sue mani è l'arte del travaso contabile. La sua competenza non si misura sul rettangolo verde, ma nelle stanze oscure delle plusvalenze fittizie e nei labirinti delle ingegnerie fiscali.
Per legittimare questo regno di cartapesta, ha persino preteso il titolo accademico: una grottesca laurea in scienze calcistiche, conseguita non per meriti sul campo, ma tra le mura compiacenti di un istituto privato. Un'accademia d'argilla, diretta e orchestrata da quello stesso consulente fiscale che siede al suo fianco per redigere bilanci creativi. È il trionfo dell'autoreferenzialità più ridicola: il servo che corona il padrone nel silenzio di un'aula senza studenti, mentre la squadra affonda.
In questa recita dell'assurdo, il pallone è solo un pretesto, uno schermo per alleanze indicibili. Il Ferguson collinare ha stretto patti di ferro con procuratori collusi, intermediari senza scrupoli che considerano i calciatori come merce da peso e carne da plusvalenza. Insieme a questa corte di voraci mercanti, edifica ogni anno una squadra di specchi e di prestiti, un castello di sabbia destinato a sciogliersi alla prima pioggia d'autunno.
Si scambiano favori, si gonfiano i valori dei cartellini, si spostano capitali invisibili da una sponda all'altra della finanza sportiva. E mentre i registri privati si riempiono di cifre d'oro per soddisfare i sodali, la bacheca del club si riempie di polvere e il cuore della tifoseria sanguina di fronte allo scempio della propria fede.
Quando il popolo si ridesta e la rabbia sacrosanta minaccia di infrangere i cancelli del potere, l'ingannatore attiva la sua collaudata macchina del sonno. Come una sirena malefica, evoca fantasmi di carta: stadi futuristici che mai vedranno la luce, progetti mirabolanti scritti sulla sabbia del litorale e finti acquirenti pronti a sbarcare.
È il grande teatro dell'assurdo per tenere buoni i detrattori. «Voglio cedere il passo, voglio vendere», sussurra strategicamente ai microfoni. Ma è il trucco del baro: quando un compratore reale si presenta alle porte, le pretese economiche lievitano improvvisamente oltre ogni logica di mercato, trasformandosi in mura inaccessibili erette appositamente per far fuggire gli interessati. È la prigionia della speranza: tenere in ostaggio la fede di un popolo per non perdere la sedia nei salotti della finanza.
Ma il silenzio più doloroso, quello che brucia come ferita aperta, è quello di una cronaca locale in gran parte addomesticata. Una schiera di scribi e cronisti si affolla aggrappata alla greppia del sovrano, scambiando il rigore della verità e l'indipendenza della penna con il misero privilegio di un accredito o di una carezza societaria.
Al di sopra di tutti spicca l'alleanza più tossica: un network e un giornale locale il cui editore non è un osservatore terzo, bensì il socio d'affari, l'amico di cene e di bilanci del presidente stesso. Laddove l'aria dovrebbe vibrare di inchieste rigorose e di sdegno giornalistico, risuona solo la nenia della giustificazione quotidiana. Coprono le macerie con veli di retorica complice, criminalizzano il dissenso e anestetizzano i tifosi mentre il Delfino esala gli ultimi respiri.
Popolo di Pescara, solleva lo sguardo dal sonno indotto. La bellezza della nostra storia non merita l'infamia, il debito e la ridicolaggine di questo presente. Spezziamo l'incantesimo della complicità e riprendiamoci l'anima del nostro Delfino.